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di Enrico Ferro

La Repubblica, 15 giugno 2022

La docente era stata allontanata dall’insegnamento. Lavorava nelle segreterie scolastiche e viveva nella “piccola casa a quattro ruote”. Sul blog l’annuncio del suicidio: “Così termina tutto ciò che mi riguarda”. L’avvocata: “In Veneto mancano tutele per le persone transessuali”.

Lo scheletro di un camper divorato dal fuoco in mezzo a un bosco tra Auronzo e Misurina, con all’interno un cadavere carbonizzato. È stato scoperto l’11 giugno scorso in provincia di Belluno e quella che si cela dietro quei rottami è una storia di sofferenza che nessuno ha saputo intercettare, capire, risolvere.

Una storia che comincia nel 2015, nel giorno in cui Luca Bianco, insegnante di laboratorio dell’istituto Scarpa di San Donà di Piave, si presenta ai suoi studenti vestito da donna e dice: “Buongiorno a tutti, da oggi sono Cloe”. Sette anni dopo, cercando attraverso i rottami di un incendio misterioso, si inciampa sul dramma di una persona che prima di morire ha scritto questo: “Il possibile d’una donna brutta è talmente stringente da far mancare il fiato, da togliere quasi tutta la vitalità. Si tratta d’esistere sempre sommessamente, nella penombra. In punta di piedi, sempre ai bordi della periferia sociale, dov’è difficile guardare in faccia la realtà. Io sono brutta, decisamente brutta, sono una donna transgenere. Sono un’offesa al mio genere, un’offesa al genere femminile. Non faccio neppure pietà, neppure questo”.

Non è stato un incidente, quindi, la morte di Cloe Bianco, 58 anni, di Marcon (Venezia) trovata carbonizzata all’interno del suo camper chiamato “la piccola casa a quattro ruote”. Cloe si è uccisa e, prima di farlo, lo ha annunciato in un post nel suo blog dedicato alle persone transgender. Nello stesso post allega copia del testamento biologico e di quello olografo, documenti che spiega di avere lasciato accanto al suo corpo assieme al libro che aveva scritto sulla sua esperienza e sulla decisione di diventare Cloe. Una decisione che le era costata la sospensione dal lavoro di tre giorni, oltre all’allontanamento definitivo dall’insegnamento. Per lei, da quel momento in poi, solo posti di lavoro nelle segreterie di vari istituti della provincia veneziana.

“Oggi la mia libera morte, così termina tutto ciò che mi riguarda”, è il titolo del post in cui ha annunciato di togliersi la vita. “In quest’ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di Bacco, gustando per l’ultima volta vini e cibi che mi piacciono” scrive sempre Cloe. “Questa semplice festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall’ascolto di buona musica... Ciò è il modo più aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui finisce tutto”.

Le indagini sono state affidate ai carabinieri di Auronzo, che sono arrivati a Luca Bianco controllando l’intestatario del mezzo bruciato. L’esito del Dna darà la certezza, anche se già oggi non ci sono più dubbi sull’identità di quel corpo distrutto dal fuoco.

“In Veneto mancano le tutele per le persone transessuali e la vicenda di Cloe, lasciata sola dalle istituzioni e dalla Regione di Luca Zaia, lo dimostra”, dice alla Nuova Venezia l’avvocata transgender Alessandra Gracis, 64 anni, di Conegliano. “Purtroppo, per quanto riguarda la cura delle persone affette dalla disforia di genere, siamo all’anno zero. Il vero problema è che nel Veneto, nonostante le promesse di Zaia e i suoi obiettivi o tentativi di dar voce a un centro regionale che affronti questa tematica a fianco delle famiglie, non è stato fatto nulla. La legge regionale 22 del 1993 c’è, per tutta l’assistenza necessaria. È rimasta però una lettera morta, dato che la giunta avrebbe dovuto individuare i centri entro 30 giorni. Di giorni ne sono passati oltre 10 mila, senza i necessari adempimenti. Ora siamo davanti al suicidio di una persona transessuale”.