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di Marzio Breda

Corriere della Sera, 9 agosto 2024

L’ennesima puntata della guerra dei nervi tra governo e opposizione andata in scena mercoledì a Montecitorio non è una novità, quando si toccano i temi della giustizia. Ma se poi a sovrastare la politica ci si mette la cronaca, con una catena ininterrotta di morti nelle carceri, allora può capitare che nello stress collettivo dell’Aula ci sia qualche scivolata, come la richiesta di un incontro urgente con il capo dello Stato da parte del ministro Nordio. Per parlare - così era trapelato da via Arenula - di come affrontare “a breve e medio periodo” quell’emergenza e aumentare subito i giudici di sorveglianza. Materia che non può coinvolgere nel vespaio politica/giustizia la presidenza della Repubblica. La richiesta, insomma, era inusuale, tanto da aver generato sorpresa sul Colle, dove pure c’è grande sensibilità e attenzione su tale problema. Con il risultato che, a Parlamento ormai verso la chiusura estiva, quel faccia a faccia slitterà a settembre.

In ogni caso, il decreto carceri (insieme ad altri decreti) Sergio Mattarella l’ha promulgato ieri. Contestato dal centrosinistra come un guscio vuoto, e dunque poco efficace per il dramma in corso nei nostri istituti di pena, il provvedimento contiene però una norma sul “peculato per distrazione” che può in parte compensare il vuoto creato dal disegno di legge concepito dal governo per cancellare il reato di abuso d’ufficio. E ciò è stato valutato e soppesato, dallo staff presidenziale.

Difficile non ricordare che quella legge era stata presentata alle Camere l’anno scorso dall’esecutivo come “l’anticipo” di una ben più corposa riforma sulla giustizia che ancora non si è vista. Una miniriforma. Varata dopo un lungo stop and go parlamentare, tirando spesso la corda anche con il fronte della magistratura, al termine del quale, 29 giorni fa, il testo definitivo sull’abuso d’ufficio è arrivato sulla scrivania del capo dello Stato. Mattarella lo firmerà oggi, ultimo giorno utile, ciò che ha alimentato fra i partiti voci infondate e un ansiogeno pressing della maggioranza.

A lui, tuttavia, parve giusto segnalare fin dal luglio 2023 che l’abrogazione di quella particolare forma di illegalità, accompagnata dalla drastica riduzione della portata del cosiddetto traffico d’influenze, poteva aprire qualche rischio concreto per l’Italia. Specie nei rapporti con l’Ue. Dubbi e riserve, non criticità costituzionali, di cui aveva esplicitamente parlato pure con la premier.

Ragionava infatti che, considerato il crescente orientamento anticorruzione della legislazione europea, eliminare dal codice questi reati potrebbe esporre l’Italia a tensioni e critiche da parte di Bruxelles. Alcune motivate, dato che già un anno fa il centrodestra bocciò la direttiva europea sulla lotta alla corruzione, nella quale non a caso si ribadiva che “l’abuso d’ufficio non può essere abolito”. Un passo dirompente. Quasi una sfida. E sul Colle si ha ben chiaro come il nostro Paese non abbia assolutamente bisogno di nuove prove di forza, in Europa e non solo.