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di Alessandro Longo

L’Espresso, 21 agosto 2022

Dati rubati, fonti bruciate, screditamento e violente campagne social per intimidire le voci scomode. Con gli spyware gli Stati autoritari colpiscono ovunque. Ma a usarli sono anche le democrazie e tutti rischiamo di essere “perseguitati digitali”.

C’è il giornalista yemenita a cui il regime ha “hackerato” la pagina Facebook, dove parlava dei crimini del governo. Se l’è trovata sommersa di messaggi pro-governativi, a suo nome, come se li avesse scritti lui. O l’attivista cinese, per i diritti umani, che, all’arrivo in una conferenza all’estero, ha scoperto con orrore che tutti i partecipanti avevano foto dove lei appariva nuda. Opera di Pechino, si presume, che aveva costruito falsi fotografici con il suo volto e il corpo nudo di altre donne. Collaboratori del governo le avevano messe su diversi forum online, certo per screditarne il lavoro.

Fino al caso del giornalista spagnolo che ha scoperto di essere intercettato dal governo del Marocco - su cui aveva fatto diverse inchieste - tramite uno speciale software-spia installato sullo smartphone a sua insaputa.

Internet e i nuovi strumenti digitali hanno dato agli Stati autoritari un nuovo potere. Quello di colpire attivisti, dissidenti, giornalisti ovunque si trovino. Anche da noi. Il giornalista yemenita Khatab Alrawhani e l’attivista cinese Liu (nome di fantasia per proteggerne l’identità) - i due casi citati - vivevano da anni in Canada, proprio per sfuggire al regime. Le loro storie sono in un rapporto pubblicato quest’anno da The citizen lab, un gruppo di ricerca dell’università di Toronto. I ricercatori hanno notato che il fenomeno della “repressione digitale transnazionale”, come la chiamano, è in crescita.

Sono d’accordo i ricercatori londinesi di Forensic architecture, che ha stimato 326 attacchi di questo tipo tra il 2019 e il 2021: il triplo rispetto al triennio precedente. L’inizio di un’epidemia. Se n’è accorta anche Apple, che a luglio ha svelato funzioni speciali di protezione sugli iPhone contro il rischio di spionaggio di Stato, a danno appunto di attivisti o giornalisti. Con pochi clic, l’utente che sospetta di essere spiato potrà isolare del tutto l’iPhone contro questo tipo di minaccia. Apple sta pure stanziando 10 milioni di dollari per sovvenzionare la ricerca nel settore.

Google, invece, a giugno ha fatto un annuncio che ci tocca da vicino: in un rapporto internazionale accusa la società italiana Rcs Lab di fare strumenti di hacking usati per spiare cellulari Android e iPhone in Italia, Kazakistan, Siria. Le vittime sono ignote, ma si sospetta ci siano anche attivisti curdi in Siria. Rcs Lab ha ribattuto assicurando che i suoi software sono usati solo nel rispetto delle leggi e contro reati gravi.

Il problema, in generale, ha cominciato a emergere nel 2016 con il caso Pegasus. Uno spyware (software spia), dell’israeliana Nso, in grado di infilarsi negli smartphone per rubare dati, foto, conversazioni, password. Diverse inchieste, anche negli anni successivi, di testate giornalistiche come anche di Citizen lab e Amnesty international, hanno rivelato che molti Paesi usavano Pegasus per sorvegliare soggetti considerati pericolosi o comunque meritevoli di attenzione. In patria e altrove. L’hanno fatto i governi dell’Arabia Saudita, del Ruanda, degli Emirati Arabi, di India e Messico tra gli altri. Spiati così 50mila smartphone, di giornalisti (180), politici (tra cui Romano Prodi), oltre che di attivisti e autorità religiose. Uno di questi è Ignacio Cembrero, il giornalista spagnolo che si è inimicato il Marocco per le sue inchieste. A luglio ha avuto persino la beffa di essere denunciato per diffamazione da quello stesso governo, per aver riferito dell’intercettazione subita.

Il caso più noto è forse però quello del noto giornalista saudita Jamal Khashoggi. Anche dopo essere andato in esilio volontario negli Usa, Khashoggi rimaneva la principale voce critica del regime, finché non è stato assassinato nell’ambasciata saudita della Turchia nel 2018; per ordine del principe ereditario Mohammed bin Salman, secondo il sospetto di molti, tra cui l’intelligence americana in un rapporto del 2019. Il principe nega, fatto sta che ci sono evidenze dell’uso di Pegasus sul cellulare di Khashoggi e di sua moglie, forse per coordinare le attività di intelligence ai suoi danni.

Il punto però, emerso dagli ultimi fatti e nei rapporti, è che il fenomeno si è allargato. Non riguarda più solo vittime eccellenti dai nomi noti; non si esercita più solo con strumenti sofisticati che arrivano a costare milioni di dollari ai regimi, per superare anche le barriere presenti su smartphone di utenti esperti e super-attenti.

Ora, e sempre più, il problema si allargato a una vasta platea di dissidenti, attivisti e giornalisti comuni. E si è strutturato in azioni di vario tipo. Ad esempio con la molestia online organizzata e automatizzata sui social (anche con bot, software che si fingono utenti), come capitato ad Ali, attivista saudita emigrato nel 2017. O l’hackeraggio di account di posta o social con tecniche più semplici, come accaduto al già citato giornalista yemenita, alla giornalista siriana Aliana e all’attivista siriano Amir, che gestiva vari siti pro-democrazia in Siria. Sono altre storie riferite da The citizen lab (Ali e Aliana sono pseudonimi).

Lo status di “perseguitati digitali” sta diventando comune. E ha caratteristiche particolari: non lascia scampo. Tutte le vittime riportano, a The citizen lab, un senso di frustrazione, impotenza, paura, che porta all’auto-censura. Proprio quello che i potenti persecutori volevano ottenere. Come non essere terrorizzati, se la lunga mano del potere può raggiungerti ovunque, colpire invisibile te e i familiari all’altro capo del modo.

“Gli ultimi fatti dimostrano una tendenza preoccupante: in nessun Paese si è al riparo dal regime”, spiega Carola Frediani, autrice del libro “Guerre di Rete” (Laterza, 2017), che parla di questi problemi. “In questi anni si è visto il fenomeno di giornalisti, residenti in Paesi democratici come Francia, Regno Unito, Stati Uniti, colpiti via Internet da regimi di Paesi su cui fanno inchieste”, continua Frediani. Il risultato è che non possono sentirsi tutelati da nessuna parte. E chi non vuole farsi intimorire è comunque ostacolato nel proprio lavoro, perché gli attacchi mirano anche a scoprire le fonti riservate usate nei giornalisti, all’interno dei loro cellulari. Persone che spesso risiedono proprio in quei Paesi dittatoriali e che, per effetto o solo per paura di ritorsioni, smettono di collaborare alle inchieste. Lo spionaggio cyber distrugge le fonti e quindi il lavoro dei giornalisti. Allo stesso modo sgretola l’anonimato di possibili collaboratori di attivisti anti-regime.

“Si è scoperto che ora Internet consente all’autoritarismo di colpire ovunque il libero pensiero, anche in esilio. Una persecuzione che diventa per la prima volta senza confini”, dice Oreste Pollicino, ordinario di Diritto Costituzionale all’università Bocconi, co-fondatore di DigitalMediaLaws. “All’inizio, pensavamo che Internet, motore di globalizzazione, potesse mettere in crisi gli Stati nazione, in particolare quelli autoritari, con una ventata di apertura. Siamo poi passati, già una decina di anni fa, alla fase della disillusione. Abbiamo scoperto che Internet e tecnologie digitali consentono ai regimi un migliore e più fine controllo, sorveglianza, sui propri cittadini. Ora scopriamo di stare entrando in una terza fase: addirittura la Rete può consentire agli Stati nazione autoritari di estendere il proprio potere censorio oltre confine”, aggiunge Pollicino.

“Qualche governo occidentale comincia a combattere il fenomeno, ma con poca convinzione, come emerso da una recente Commissione d’inchiesta del Parlamento europeo”, dice Frediani. E con pochi risultati: gli Usa hanno elevato sanzioni contro Nso, mettendola in crisi, ma altre società di spyware hanno preso il suo posto; tra le più note Intellexa, con sedi in Europa e Medio-Oriente. “Il punto è che anche i governi occidentali si servono degli stessi software per indagini, come riflette il Parlamento europeo”, dice Frediani. Non sempre legali, come le intercettazioni che faceva il governo della Spagna tramite Pegasus su politici, attivisti e giornalisti catalani (come rivelato dal New Yorker).

Un’inchiesta di Mit technology review quest’anno ha scoperto che le forze dell’ordine del Minnesota hanno condotto un vasto programma di sorveglianza digitale sugli attivisti in protesta dopo l’omicidio dell’afro-americano George Floyd da parte di un poliziotto nel 2020. Hanno tracciato i loro cellulari, scandagliato profili social media. Schedato i loro volti con sistemi automatici di riconoscimento facciale (basati su algoritmi di intelligenza artificiale), durante le manifestazioni. Nemmeno l’Occidente è immune alle lusinghe della sorveglianza digitale. Per il libero pensiero nel mondo, non c’è notizia peggiore.