sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Enzo Fortunato

Il Sole 24 Ore, 12 dicembre 2025

Ci sono porte che si aprono raramente, e non per mancanza di chiavi, ma di sguardi. Le carceri italiane sono tra queste. Il Giubileo dei detenuti chiede di tornare a vedere chi vive ai margini. Secondo il Rapporto Antigone 2024, i detenuti sono oltre 61.000 a fronte di circa 51.000 posti; in molte regioni il sovraffollamento supera il 130%. Nel 2023 i suicidi sono stati 69, segno di un disagio che interroga la coscienza civile. Dietro i numeri ci sono persone.

Ce lo ricordava Papa Francesco, a Rebibbia nel 2015, quando disse: “Nessuno può togliervi la dignità” (Omelia, 2 aprile 2015). Leone XIX prosegue quella visione chiedendo una misericordia che diventi struttura sociale, capace di restituire possibilità reali a chi ha sbagliato. Il quadro nazionale resta critico: oltre il 30% dei detenuti soffre di disturbi psichiatrici certificati; mancano educatori, psicologi, spazi per lavoro, studio e spiritualità. Un carcere privo di opportunità non è sicurezza, ma frattura.

Sempre Papa Francesco ricordava con chiarezza: “Una società che imprigiona senza offrire speranza è una società che ha smarrito se stessa” (Santiago, 16 gennaio 2018). Serve allora una proposta politica coraggiosa. Il Parlamento discute da anni riforme mai completate: messa alla prova ampliata, potenziamento delle misure alternative, sostegno al reinserimento lavorativo, investimenti strutturali sulla salute mentale. Le istituzioni dovrebbero fare molto di più. È inaccettabile che il sovraffollamento resti cronico, che la giustizia riparativa sia attiva solo in pochi istituti, che manchi un piano nazionale per la formazione professionale dei detenuti. Il carcere non può essere lo spazio dove finiscono tutte le fragilità che la società non vuole vedere.

Il Giubileo ricorda che la sicurezza nasce da percorsi che riducono la recidiva, non dall’abbandono. I progetti formativi attivi in alcune carceri mostrano che quando si offre fiducia, il cambiamento è possibile. Ma perché ciò diventi sistema serve volontà politica, continuità amministrativa e una comunità civile capace di riconoscere che la dignità non è un premio, ma un fondamento. La Preghiera semplice, attribuita a san Francesco, chiede: “Là dove è disperazione, ch’io porti la speranza”.

È l’impegno che il Giubileo affida a tutti: aprire porte, non chiuderle; costruire futuro, non solo contare errori; credere che la giustizia più alta è quella che rialza e ricrea. Per questo è urgente un piano nazionale che affronti il nodo strutturale del sistema penitenziario. Non basta evocare la rieducazione: servono fondi certi, personale formato, protocolli di salute mentale, accordi stabili con imprese e terzo settore per garantire lavoro e formazione. La politica deve assumersi la responsabilità di trasformare il carcere in un luogo dove la pena non coincide con la rinuncia al futuro. La Costituzione, all’articolo 27, parla chiaro: la pena deve tendere alla rieducazione. Ogni volta che un istituto crolla, ogni volta che una persona si toglie la vita, quello stesso articolo viene tradito. Le comunità territoriali possono diventare laboratorio di reinserimento: cooperative, parrocchie, enti locali, associazioni culturali. Senza questo legame il carcere resta un mondo chiuso, incapace di generare ponti.

Il Giubileo invita a rompere l’inerzia. E la misericordia non è buonismo: è la scelta concreta di investire dove sembra più difficile. Leone XIX richiama proprio questo: una Chiesa che accompagna, una società che non rinuncia a nessuno. Se vogliamo davvero sicurezza, dobbiamo avere il coraggio di costruirla con strumenti nuovi. La speranza non è un lusso: è un compito politico. Ed è nelle mani di ciascuno di noi. È questo il tempo di scegliere se continuare a convivere con un sistema che fallisce o iniziare finalmente a guarirlo. Il Giubileo ci chiede di non distogliere lo sguardo: è nelle carceri del nostro Paese che si mostra lo stato della nostra umanità.