L’Osservatore Romano, 1 febbraio 2026
La speranza è stata la parola che, per un anno intero, è risuonata con forza in tutto il mondo. Non una parola consolatoria, ma una parola impegnativa perché ancorata alla certezza che “la speranza non delude”, come Papa Francesco ha voluto evidenziare all’inizio della Bolla di indizione del Giubileo. Con questa forza è entrata anche nelle carceri dove la speranza, quella umana, si affievolisce e si smarrisce facilmente di fronte a tante difficoltà e a tante delusioni.
È ancora viva l’emozione di quando Papa Francesco, alzandosi a fatica dalla carrozzina, ha spalancato la Porta Santa nella casa circondariale di Rebibbia a Roma rafforzando, in questo modo, il suo appello a dare corpo alla speranza con gesti concreti in favore di quanti vivono in condizioni di disagio: “Penso ai detenuti che, privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto. Propongo ai governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi”.
In Italia a questa richiesta nessuno ha dato seguito. Anzi, nel 2025, si è anche registrato qualche passo indietro nel trattamento dei detenuti e si è pure registrato un drammatico aumento del numero di persone che si sono uccise. Da ogni dove continuano ad alzarsi voci che denunciano le drammatiche condizioni di vita nelle carceri italiane: associazioni di volontariato, camere penali, garanti dei detenuti quasi ogni giorno richiamano l’attenzione. Non hanno portato a iniziative concrete neanche gli inviti del Presidente del Senato e quelli, ripetuti, del Presidente della Repubblica che ha definito il sovraffollamento nelle carceri e l’alto numero di suicidi un’emergenza sociale e ha invocato interventi urgenti nel rispetto della Costituzione e della funzione rieducativa della pena. A vuoto sono andati anche i richiami del Capo dello Stato alla necessità di un ripensamento complessivo del sistema penitenziario e di investimenti capaci di garantire dignità alle persone detenute e non solo la custodia.
Anche le attese suscitate per la celebrazione giubilare dedicata ai detenuti (dal 12 al 14 dicembre) sono andate deluse. In carcere il non facile compito di dare un senso alla parola speranza è svolto da pochi: cappellani, volontari, insegnanti, operatori penitenziari che, in condizioni non sempre facili, cercano di tenere aperti spazi di umanità all’interno delle mura del carcere.
Gli oltre 58.000 detenuti presenti nelle carceri italiane, nonostante i posti regolamentari siano circa 43.000 continuano a vivere ogni giorno una condizione che contraddice apertamente i principi costituzionali. In cella il tempo diventa l’unico riferimento psicologico: il suo scorrere lento, talvolta opprimente, incide sul carattere, sulla percezione di sé, sulla capacità di progettare il futuro. Dietro cancelli e mura che separano dal resto della società, si resta soli con le proprie fragilità, con il pensiero rivolto ai familiari e con una burocrazia spesso incomprensibile e disumanizzante.
A riportare all’attenzione pubblica la realtà delle carceri è ancora una volta la Chiesa, anche nella sua dimensione istituzionale. Recentemente, è intervenuto l’episcopato lombardo chiedendo che la detenzione sia gestita secondo lo spirito della Costituzione. Pochi giorni prima, nel discorso alla città per la festa di Sant’Ambrogio, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, aveva denunciato una situazione intollerabile e la deriva, politica e culturale, che concepisce “la repressione come unica soluzione”.
“La Costituzione della Repubblica italiana - ha detto - è tradita per le pessime condizioni dei carcerati e per la formazione e il trattamento del personale della Polizia penitenziaria. La Costituzione è tradita per la sempre maggiore recrudescenza delle norme. La Costituzione è tradita per la scarsissima accessibilità dei percorsi di reinserimento sociale dei condannati”. “L’orientamento di una mentalità repressiva che cerca la vendetta piuttosto che il recupero - aveva concluso Delpini - segnala una crepa pericolosa nella casa comune”.
Il detenuto resta così al centro di un grave disinteresse istituzionale. Certo la speranza, quella che è stata la parola chiave del Giubileo, rimane sempre viva, ma la fiducia nei legislatori si fa sempre più fragile. Nel 2026 celebreremo l’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana. Una ricorrenza che richiama i valori fondativi dello Stato democratico e della Costituzione. Sarà questa l’occasione per passare finalmente dalle parole ai fatti e dare seguito agli appelli di Papa Francesco e di Papa Leone XIV, restituendo coerenza e credibilità al sistema penitenziario?











