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di Luca Liverani

Avvenire, 3 maggio 2022

Maria Cartabia usa le parole di Paolo Borsellino che in ogni uomo, anche nel criminale, “cercava la scintilla divina che ha dentro di sé”. Lo fa per ribadire che la pena deve cercare di “riaccendere quella scintilla”.

Perché celo chiede l’articolo 27 di quella Costituzione che, assicura la ministra della Giustizia, è “faro, sorgente inesauribile, punto di riferimento per disegnare le mie riforme”. La ministra Cartabia, nonostante una giornata con due consigli dei ministri, trova il tempo per collegarsi in video con Assisi, all’apertura del IV Convegno nazionale dei cappellani e degli operatori per la pastorale penitenziaria.

Una tre giorni che ha per titolo “Cercatori instancabili di ciò che è perduto” e ha visto gli interventi del capo del Dap, Carlo Renoldi, e del procuratore di Perugia, Raffaele Cantone. A chiudere la giornata la celebrazione a Santa Maria degli Angeli del segretario della Cei, monsignor Stefano Russo.

La ministra Cartabia ha parole di “riconoscenza piena di stima verso chi si dedica a una porzione tra le più fragili della nostra società, che merita tutta la nostra attenzione, perché a sua volta tutta la società possa farsi più sicura e più pacificata”.

Ricorda la sua prima uscita da ministra ad aprile 2021 per l’intitolazione della casa circondariale di Bergamo a don Fausto Resmini, “il cappellano morto a marzo 2020 di Covid, contratto per non aver mai smesso di “inseguire” i suoi poveri”. Proprio don Resmini, racconta Cartabia, aveva appreso da Rita Borsellino una frase del fratello: “Quando mi trovo davanti qualcuno, prima di tutto cerco l’uomo, con i suoi errori e le sue debolezze, ma che ha dentro di sé una scintilla divina che nessuno, per quanto male faccia, può spegnere. Bisogna trovare quella scintilla - diceva Paolo Borsellino - e soffiarci sopra per ravvivarla, per fargli assumere la dignità”.

“Come non scorgere in queste parole - fa notare la ministra - il volto costituzionale della pena, il senso di umanità dell’articolo 27? È una sorgente inesauribile di creatività, la nostra Costituzione: io non ho avuto altro punto di riferimento per le riforme che abbiamo proposto in Parlamento. Il mio faro come ministro è lì. È un testo quasi sacro ai miei occhi”.

E i cappellani sono “tra i protagonisti della possibilità che le scintille delle persone che incontrate non si estinguano ma si ravvivino e ardano in un orizzonte di speranza”. Un obiettivo cui tende anche “la grande forza della giustizia riparativa - dice Cartabia - cui stiamo dedicando tanta attenzione nel quadro delle riforme”.

Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani penitenziari, ribadisce che “gli operatori della pastorale in carcere si accostano tutti i giorni agli uomini e alle donne che tendono con fiducia le mani per non essere abbandonati, impegnandosi per il loro reinserimento nella società. Tutti hanno il diritto di ricominciare, come ci ricorda il Papa”.

Anche Carlo Renoldi, direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, riconosce l’importanza “della missione dei cappellani: voi ricordate a noi operatori e alla società che i detenuti sono in primo luogo persone, con bisogni e diritti. Cosa che a volte noi tutti rischiamo di dimenticare. Anche noi cristiani, che non ricordiamo abbastanza che Cristo è stato un detenuto, un condannato a morte, e alla pena più infamante”.

Raffaele Cantone scherza: “Lo so che i cappellani vedono il pubblico ministero come il cattivo”. Ma ribadisce la sua convinzione sul dovere di applicare il dettato dell’articolo 27: “La pena non deve mai lasciare intentata la possibilità di dare speranza”.

Perfino per l’ergastolo: “Non mi sono scandalizzato quando la Consulta ha messo in discussione l’ergastolo ostativo” anche per il 41bis. “Sono certo che siete già instancabili cercatori di ciò che è perduto - dice monsignor Stefano Russo nell’omelia - con la vostra presenza in carcere, sostenendo fratelli e sorelle che per qualche tempo hanno vissuto “da perduti”, cercando nella loro vita qualcosa di vero e di buono”. Perché, ricorda il segretario della Cei con le parole di Papa Francesco, “nessuna cella è così isolata da escludere il Signore che è lì, piange con loro, lavora con loro, spera con loro”.