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di Marco Magi

La Nazione, 25 maggio 2022

In scena domani e venerdì sera con lo spettacolo “Tutto quel che sono”. Progetto artistico e regia di Casale, Bandoli e Benelli. Una toccante riflessione sulle parole che Petrolini ha dedicato a libertà, vite dimenticate e rinascita. Senza indulgere in pietismi.

Petrolini e la libertà, vite dimenticate e rinascita. Il Teatro Impavidi di Sarzana ospita domani e venerdì sera, alle 21, lo spettacolo teatrale ‘Tutto quel che sono... con un tragico sorriso’, che vedrà in scena gli attori-detenuti della casa circondariale della Spezia. La regia e il progetto artistico sono di Enrico Casale, Renato Bandoli e Simone Benelli.

Casale, all’ennesima esperienza che nasce tra le mura del carcere, cosa riesce ancora a stupirla?

“Lo stupore e la meraviglia fanno parte del processo creativo. A volte tutto ciò che emerge nel corso di prove, improvvisazioni, ricerca di temi e suggestioni, riescono ad arrivare alla loro forma scenica. E allora lo spettatore lo percepisce e a sua volta ne viene coinvolto. In fondo è questa la corrente emotiva che si dovrebbe stabilire nell’incontro tra attori e pubblico. Nel percorso intrapreso con i detenuti, ci stupisce la loro capacità di sganciarsi dal quotidiano della sofferenza e della detenzione”.

Bandoli, qual è la difficoltà maggiore a lavorare con persone detenute?

“Ovviamente, nonostante gli sforzi e la disponibilità della direzione dell’istituto e del personale, esistono tante difficoltà, dovute alla mancanza di spazi adeguati, e ai tempi del teatro, che non sono sempre compatibili tempi e regolamenti penitenziari. Da un punto di vista che potremmo dire di ‘antropologia teatrale’, le difficoltà nell’avvicinarsi al teatro da parte di persone sprovviste di strumenti specifici, sono quelle di compiere un enorme sforzo per liberarsi dai tranelli biografici, affrancarsi dagli stereotipi, dalle costrizioni abitudinarie alle quali il carcere costringe e ritrovare la gioia del gioco liberatorio”.

Casale, se riabilitare è meglio di punire, perché il teatro può essere uno dei passaggi per arrivare a togliere l’etichetta ad un carcerato?

“Questo è un tema, che ha più a che fare col sistema culturale dominante, che non con il teatro più minoritario che si pratica nelle carceri, ma anche in quelle istituzioni che un tempo si sarebbero chiamate ‘totali’ (ospedali, scuole, istituti per disabili, centri per immigrati). Certo, il teatro, come insieme di linguaggi e discipline artistiche, può aiutare oltre che a divertire in senso autentico, anche a scavare in se stessi, prendere coscienza della realtà e delle proprie potenzialità, un ‘varco’ che può aprire altre vie e creare nuove possibilità di stare nel mondo. Nel nostro lavoro, però, abbiamo sempre cercato di non indulgere in pietismi inutili. La ‘riabilitazione’ delle persone non può competere al teatro”.

Bandoli, più libertà o liberazione da parte degli attori che partecipano?

“Non c’è arte che si presti, come quella teatrale, alla riattivazione dell’individuo nelle comunità isolate. La pratica scenica, con la sua organizzazione plurilinguistica, può valorizzare ogni inclinazione dei detenuti: la fabbricazione di luci, scene, oggetti, musiche, la narrazione e l’esibizione. Il teatro è fattore di compensazione delle angosciose incertezze di vita, il che vale sia per l’attore che per lo spettatore. Il teatro in luoghi reclusi è metafora vivente di una casa collettiva fondata sul bisogno d’espressione personale e corale. Ecco è qui, in questa ‘casa’ che si colloca il processo liberatorio della pratica teatrale”.

Casale, far ridere è una cosa seria per Petrolini. E per voi?

“Non resta che affidarci alle parole di filosofia petroliniana: ‘Ridere molto dinanzi al pubblico, spesse volte, è un comodissimo modo per piangere. Per essere amati dal pubblico, si deve ridere. Per amarlo davvero, bisogna piangere’”.

Bandoli, sul palco Petrolini, su cui si basa lo spettacolo, restituiva dal palcoscenico ciò che rubava nella vita. Oggi come allora?

“Sono mutate solo le forme della ‘restituzione’ di ciò che dalla vita rubiamo anche noi. Quel che rimane invariato è il meccanismo esclusivamente umano che innesca il comico, la comicità e tutto il corollario conseguente. La risata ne è l’effetto”.