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di Alessia Candito

La Repubblica, 7 maggio 2023

Partito dal Gambia imprigionato in Libia e poi costretto a guidare un barcone. A Messina nel 2018 è stato condannato e da detenuto ha imparando l’italiano. Adesso, a 23 anni, scontata la pena rischia l’espulsione. “Spero solo di poter fare il falegname, o qualsiasi altro lavoro. E di tornare a Palermo, perché lì ci sono amici anche se non li ho mai visti. E la mia avvocata, che è una sorella”. Alieu ha 23 anni, da cinque è in Italia, ma come sia fatta non lo sa. Da quando è arrivato, l’ha vista solo da dietro le sbarre. Gli hanno messo il timone di un barchino in mano e una pistola alla tempia, gli hanno detto “guida o ti ammazziamo”. E lui, che diciott’anni all’epoca non li aveva, ha scelto di vivere. E guidare. Tanto è bastato per finire in una cella appena arrivato a Messina. “Avevo diciott’anni e tre giorni”, ricorda.

Giudicato come un adulto, è stato condannato. E adesso che la sua pena l’ha scontata, che ha fatto un percorso, è andato a scuola - “e non avevo mai potuto farlo, perché non c’erano soldi per questo” - ha imparato l’italiano e lavorato dentro e fuori dal carcere, rischia l’espulsione, con tanto di procedura accelerata perché da un mese il Gambia è stato inserito nella lista dei cosiddetti “Paesi sicuri”.

Ha scontato la sua pena, ha chiesto asilo, ma per lo Stato è “socialmente pericoloso”. Era uscito da un mese, quando improvvisamente lo hanno spedito al Cpr (Centro di permanenza per i rimpatri) di Bari. “È assurdo che tutto quello che ha fatto e costruito venga vanificato da una burocrazia che considera le persone come se fossero numeri”, dicono dall’associazione palermitana “Porco rosso”, che da anni ha con lui una corrispondenza. “Dopo avergli fatto credere per anni che avrebbe potuto avere una vita fuori dal carcere, che senso ha rispedirlo in Gambia - aggiungono - da dove è fuggito e dove non ha più nulla?”. La parola adesso passa alla commissione territoriale. E l’esito non è scontato.

“La norma è cieca, ne ho visti tanti, di ragazzi nella sua condizione”, commenta l’avvocata Rosa Guerra: “Capita che siano espulsi ancor prima che l’eventuale ricorso contro un parere negativo venga valutato”. Se sei straniero e chiedi di essere accolto, i tre gradi di giudizio non contano. Anche Alieu lo sa e lo teme: “Spero capiscano, io ho raccontato la mia storia”. Che è quella di un sopravvissuto. Orfano di madre a quattro mesi, a cinque ha perso il padre: “Era un soldato, è morto in Sudan”.

Per chi resta, non è certo facile in Gambia, dove le mogli di un uomo sono tante e anche i figli che ambiscono a spartirsi i quattro spicci che lascia. “Sono scappato quando hanno cercato di avvelenarmi”. A casa dello zio ha trovato riparo, ma non conforto. A sei anni ha dovuto imparare un mestiere - il falegname - e portare soldi a casa per garantirsi un pasto, ma non bastavano mai. “Ho capito che lì non c’era nulla per me e sono partito”. Destinazione: Libia. Non ricorda se avesse compiuto i quattordici anni: “Lì sei una preda”. Rapito qualche mese dopo essere arrivato, è finito in un centro di detenzione, uno dei tanti in cui - ha confermato anche l’Onu nel suo ultimo rapporto - le torture videoregistrate e mostrate alla famiglia sono procedura standard per estorcere denaro. “Ma io una famiglia che pagasse non ce l’avevo, sono stato costretto a lavorare per loro per poter uscire”.

Ci sono voluti quattro mesi da schiavo per riavere la libertà, altri due per ottenere dagli stessi carcerieri un posto su un gommone e la speranza di una vita diversa. “Era vecchio e malandato, dopo qualche ora si è fermato ed è affondato”. Erano in 120 a bordo, Alieu ne ha visti morire tanti. E quando la guardia costiera è arrivata, non ha significato salvezza, ma un nuovo giro all’inferno. Per l’ennesima volta, quello che all’epoca era un adolescente è finito in un lager ed è stato schiavo per essere libero. Un incubo che si è ripetuto uguale a sé stesso per altre due volte.

“La quarta volta un peschereccio ci ha trainato al largo, poi uno dei libici mi ha puntato la pistola alla tempia e ha detto: “Mettiti al timone o ti ammazzo”. Io non avevo mai guidato una barca, ma ho avuto paura per me e per gli altri. In Libia non c’è legge. Lo avrebbero fatto”.

Alieu voleva vivere. Soccorso dalla nave di una ong, non ha avuto neanche il tempo di realizzare che era in salvo. Bollato come scafista, è finito in carcere senza neanche capire cosa stesse succedendo. Al processo, molti testimoni sono spariti, chi c’era non ha raccontato di quelle minacce. “Il primo anno a Messina è stato un incubo. Nessuno mi spiegava nulla, non capivo l’italiano e nessuno parlava la mia lingua, non avevo soldi né vestiti. Ho portato per settimane quello che avevo addosso durante la traversata”.

Solo dopo il trasferimento a Barcellona Pozzo di Gotto è riuscito a riprendere in mano la sua vita: “Non ringrazierò mai abbastanza la mia avvocata e le educatrici”.

Ha iniziato a studiare e imparato l’italiano, ha preso la licenza elementare e poi quella media, ha sognato di avere una vita normale. Un percorso sul quale le strutture dello Stato hanno investito e che lo Stato stesso rischia di vanificare.