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di Francesco Sergio

Corriere del Veneto, 22 ottobre 2024

I dubbi di amici e fratello: vogliamo giustizia. Chi viveva con Moussa dice che non beveva e non assumeva droghe. Una foto che lo ritrae sorridente posta accanto a una corona di fiori. Attorno, increduli, gli amici che con lui dividevano gli alloggi del “Ghibellin Fuggiasco”, oltre ai componenti del laboratorio autogestito Paratod@s che gestisce lo spazio e il fratello Ganga, arrivato direttamente da Torino per chiedere verità e giustizia. Un viavai commosso e silenzioso, ieri, all’interno del rifugio di emergenza per senza fissa dimora di Corso Venezia, per ricordare Moussa Diarra, il 26enne del Mali ucciso a colpi di pistola all’alba di domenica in stazione Porta Nuova da un agente della Polizia ferroviaria.

E in serata, davanti al luogo della sparatoria in stazione, circa 300 persone - amici, militanti dei centri sociali, religiosi, esponenti della maggioranza in Comune e il cugino del ragazzo, Oussman Diallo, che ha letto un proclama per chiedere “verità e giustizia” si sono riunite per ricordare Moussa: “Ci mancherai”, si leggeva sullo striscione che faceva il verso alle dichiarazioni del ministro Salvini.

Un episodio ancora pieno di ombre, per chi conosceva Moussa, e stenta a credere che un ragazzo della sua indole possa essersi scagliato armato contro il poliziotto che, per difendersi, gli ha sparato. “Non usciva quasi mai, stava quasi sempre a letto. Non fumava, non beveva e non si drogava. Dicono che avesse con sé un coltello, ma dove l’avrebbe preso?” afferma e si chiede Seko, amico e connazionale di Moussa, raccontando delle ultime ore della vittima. Sabato e domenica è stato a Quinzano in via Villa per due giorni in uno stabile abbandonato da 20 anni che Paratod@s vorrebbe riqualificare, anche perché lo spazio attuale di Borgo Venezia è fatiscente e andrà presto sgomberato. “Doveva venire anche Moussa - racconta l’amico, ci ha lasciato lo zaino con le sue cose, poi ha preso la bici per andare in stazione. La notte mi ha chiamato spiegandomi che, siccome pioveva, si sarebbe fermato lì e sarebbe tornato la mattina. Ma domenica, quando ho provato a chiamarlo, non mi ha mai risposto. Poi abbiamo letto la tragica notizia”. Secondo il racconto di Seko, l’ultimo avvistamento di Moussa risalirebbe alle 5 di domenica nella moschea in zona Stadio, dove sarebbe andato a pregare.

Cosa sia accaduto dopo in stazione, invece, resta tutto da chiarire, per gli amici, i componenti di Paratod@s e il fratello. Non credono alla versione fornita dagli inquirenti e nemmeno che ci possa essere una correlazione col fatto che Moussa soffrisse di depressione: “Era andato al Cesaim a prendere degli antidepressivi - spiegano dall’associazione. Gli amici ci dicono che soffrisse di depressione, e che già tra 2019 e 2020 avesse dato segni di squilibrio. A noi non sembrava, lo stiamo scoprendo adesso”. Uno stato depressivo che addirittura lo portava a rimanere bloccato a letto: “Aveva trovato un impiego in agricoltura, con contratto regolare. Il 10 ottobre sarebbe dovuto andare a rinnovare il permesso di soggiorno con protezione speciale in questura. Il Community center era riuscito a fargli fare il codice fiscale necessario per aprire il conto corrente fiscale. Abbiamo scoperto che non è andato”.

Fuggito nel 2016 dalla guerra in Mali, Moussa era arrivato in Italia giovanissimo, a soli 15 anni. A Verona era arrivato nel 2020: era stato ospite del rifugio della Caritas Il Samaritano, frequentava la mensa dei frati di San Bernardino ed era conosciuto anche alla Ronda della Carità. Aveva poi trovato ospitalità al Ghibellin Fuggiasco, ma a fine 2023, se n’era andato in Spagna, per poi tornare in città a inizio 2024. Nell’ultimo periodo, dicono gli amici, aveva espresso il desiderio di tornare in Mali, dove “stava costruendosi la casa”.