di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 27 settembre 2024
Il governo ha nominato Marco Doglio: obiettivo, 7mila posti detentivi da realizzare in 15 mesi. Ma costruire istituti penitenziari è opera improba e lunga. E non è detto sia l’unica soluzione. A luglio ne erano stati contati sul sito del governo 60, ma non c’è niente di più deperibile di un articolo di giornale sulle nomine e così a oggi, giovedì sera alle 20, i Commissari straordinari sono arrivati a quota 66. Confermando la nota massima per cui siamo un popolo di santi, navigatori e commissari. Straordinari, però, non tecnici. L’ultimo è il commissario all’edilizia penitenziaria, dunque numero 67. Come se ci fosse un commissario all’edilizia scolastica (c’è?). Il ragionamento alla base è semplice: c’è un’emergenza (c’è sempre un’emergenza), ovvero il sovraffollamento delle carceri. Che si fa? Nominiamo un commissario.
Detto fatto. Si chiama Marco Doglio, fortunatamente non è un pm (come gli ultimi capi del Dap, il dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria), ma un manager, fino al 2022 responsabile della Direzione immobiliare di Cassa depositi e prestiti. E pazienza se non ha esperienza specifica nel settore delle carceri. Il suo compito è scritto nero su bianco sul decreto di nomina: “Dovrà provvedere alla realizzazione delle opere necessarie per far fronte alla grave situazione di sovraffollamento degli istituti penitenziari”. Opere necessarie, dunque. Andrea Ostellari, sottosegretario leghista alla Giustizia, esulta e chiarisce il senso: “Rispedita al mittente la ricetta fallimentare della sinistra che chiedeva un ennesimo svuota carceri. Finalmente una riforma strutturale”. Strutturale, dice, con uno slancio di ottimismo. C’è da notare subito come Doglio resterà in carica fino al 31 dicembre 2025. Poco più di un anno, dunque, con una dotazione di 250 milioni di euro, cinque tecnici a disposizione e l’obiettivo dichiarato dal ministro Carlo Nordio di 7 mila nuovi posti.
Se l’obiettivo è costruire nuove carceri, che è il riflesso condizionato della destra quando si parla sovraffollamento, Doglio avrà poco più di un anno a disposizione. Per costruirne di nuove ci vogliono intorno ai dieci-venti anni, se tutto va bene. La costruzione della casa circondariale di Gela iniziò nel 1959: all’epoca c’era il Fanfani II, un giovane barbuto andava al potere a Cuba, un altro giovane glabro ma molleggiato spopolava con “Il tuo bacio è come un rock”. Più di 50 anni dopo, nel 2011, l’istituto siciliano veniva inaugurato, già pronto per la pensione. Non è escluso, dunque, che gli entusiasmi per la nuova nomina possano scemare in fretta. I precedenti, del resto, non sono incoraggianti. Anzi, come dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, “sono almeno tre e non sono affatto commendevoli”. Eccoli.
Correvano gli anni 80 e c’era un ministro dei Lavori Pubblici, socialdemocratico, che si impegnò molto nella costruzione di istituti con il suo “piano carceri”. Si chiamava Franco Nicolazzi e aveva con il costruttore Bruno De Mico rapporti stretti. Troppo stretti. Finì che il ministro fu condannato per una tangente da due miliardi e costretto a dimettersi. Molte delle “carceri d’oro”, chiamate così per il loro costo triplicato, restarono a metà, alcune senza la pavimentazione.
A metà degli anni Duemila arriva un nuovo “Piano carceri”, stavolta del guardasigilli leghista Roberto Castelli. L’idea era di vendere le prigioni in disuso per finanziare la costruzione di nuovi penitenziari, attraverso il leasing e una società ad hoc, la Dike Aedifica. Come andò a finire lo spiega bene un titolo di Italia Oggi: “Dike Aedifica, fallita la società che non ha edificato nulla”.
Nel 2009 il ministro Angelino Alfano presenta, indovinate un po’, un “piano carceri” e nomina (lo avrete capito) un nuovo commissario straordinario all’edilizia penitenziaria, Franco Ionta. Gonnella, già all’epoca, commenta la notizia: “Aria fritta”. Considerando gli spazi ristretti delle celle, i pertugi minuscoli e i miasmi dei servizi igienici, l’afflusso di nuova aria fritta sicuramente non avrà fatto bene ai detenuti. Che nel frattempo sono cresciuti di numero e hanno continuato a stare sempre peggio. C’è una quarta storia ed è del 2012, quando viene nominato un nuovo commissario straordinario all’edilizia penitenziaria, Angelo Sinesio. Che subito litiga con l’ex pm antimafia Alfonso Sabella, che lo accusa di contabilità creativa, diciamo così, nel conteggio dei posti del nuovo “piano carceri”. A seguito della denuncia, si attiva la magistratura.
Cosa è successo, dunque, in tutti questi anni? È successo che l’unico provvedimento che ha ridotto il sovraffollamento è stato l’indulto, concesso quando era ministro Clemente Mastella, con il via libera bipartisan da sinistra (Prodi) e da destra (Berlusconi). Poi, certo, dopo due anni i reclusi tornarono a crescere, perché servono provvedimenti strutturali, come per esempio considerare il carcere l’extrema ratio della pena e non il fulcro indispensabile del sistema.
Gonnella spiega: “Va bene che si lavori sull’edilizia, a patto che non sia costruire solo casermoni che accumulano posti letto su posti letto. Bisogna adeguare gli standard alle norme, costruire luoghi per la socialità, lo sport, l’educazione. E poi guardiamo ai numeri: si vogliono trovare 7 mila nuovi posti? Bene, solo quest’anno i detenuti sono cresciuti di 4 mila unità. Il governo continua a creare nuove fattispecie di reato e ad aumentare le pene. Se considerassimo carceri da 400 posti, ne servirebbero 10 solo per assorbire i nuovi arrivi di quest’anno. Quanto ci si mette a costruirle?”. Molto meglio, dice Gonnella, ascoltare i suggerimenti di Unione europea e Consiglio d’Europa, che parlano di “small-scale detention, con istituti da 50-100 posti. Bisogna modernizzare, umanizzare e riequilibrare gli spazi”.
Mauro Palma è stato a lungo apprezzato garante delle persone prive di libertà: “Quando mi sono insediato, nel 2016, il totale di chi era in carcere e chi in misura alternativa sfiorava le 100 mila persone. Otto anni dopo, quando me ne sono andato, superava le 150 mila. Bisogna ragionare in termini di tasso di incremento, non di valori assoluti. La pena, e la prigione, sono rimedi adrenalinici: eccitano le persone e i politici. Ma non si vuole prendere atto che in carcere non ci sono tutti ergastolani, anzi. I quattro quinti dei definitivi sono in uscita entro cinque anni. Vogliamo occuparci di come usciranno?”.
Palma aggiunge un capitolo più recente ai famigerati “piani carceri”: “Ci sono otto padiglioni progettati durante il mandato della ministra Cartabia e sono ancora fermi. Ma sono ognuno da 80 posti letto: 80 per 8 fa 640. Poi ci sono progetti per altri padiglioni, da sottrarre alle zone verdi esistenti negli istituti, che non è una buona idea. E l’ipotesi di utilizzare una caserma di Grosseto per chi è a fine pena, idea che non condivido, ma che anche lei è ferma. Come si arriva dunque a 7 mila? Come si riduce il sovraffollamento attuale e come si affronteranno le migliaia di nuovi reclusi in arrivo? Temo che servirà un commissario permanente, a vita. Faccio i miei migliori auguri al nuovo commissario, ma neanche Mandrake riuscirebbe a trovare tutti quei posti in 15 mesi”.










