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di Francesco Paolo Perchinunno* e Domenico Attanasi**

Il Dubbio, 31 marzo 2022

Le immagini della drammatica protesta inscenata dal personale di polizia penitenziaria della casa circondariale di Foggia, che il 25 marzo ha deciso simbolicamente di ammanettarsi e di bruciare i tesserini che ne dichiarano l’appartenenza al ministero della Giustizia, rappresentano solo gli ultimi fotogrammi di una escalation di eventi che negli ultimi tempi sembra avere definitivamente travolto anche l’ultima illusoria parvenza di dignità del sistema carcerario italiano.

Il Segretario Nazionale del Sappe ha dichiarato che a Foggia “manca il comandante di reparto, responsabile della sicurezza, e mancano i poliziotti. Nel 2000 a Foggia erano previste 350 unità, adesso siamo scesi a 270 con gente che ha tra i 53 e i 54 anni”. I turni di lavoro, definiti “massacranti”, “non sono più di 6 ore come prevede la legge, bensì di 8, 10 ore o addirittura di 16 ore”. La situazione, per Pilagatti, è “diventata insostenibile” e “a questo ci aggiungiamo le aggressioni da parte dei detenuti, soprattutto quelli del reparto psichiatrico che non hanno più alcun controllo”.

Quanto accaduto a Foggia segue peraltro in rapida successione di tempo la (auto)denuncia della stessa ministra Cartabia, la quale dopo avere visitato il carcere di Torino ha dichiarato di avere visto “un reparto inguardabile per la sua disumanità, sia per le condizioni di lavoro della polizia penitenziaria, sia per i detenuti”.

Un incubo senza fine, dunque, se a tanto si aggiunge l’ennesima condanna che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha inflitto al nostro Paese per avere trattenuto in carcere un uomo con gravi problemi psichiatrici e le statistiche davvero impietose che emergono dall’ultimo rapporto dell’osservatorio dell’associazione Antigone: carceri perennemente sovraffollate, atti di autolesionismo in costante crescita, celle che a causa delle loro dimensioni o per le dotazioni relative ai servizi igienici o agli impianti di riscaldamento si presentano ben al di sotto del limite oltre il quale il trattamento dei detenuti viene comunemente considerato inumano o degradante. Assistenza medica, psicologica e sociale inadeguata. Personale sotto organico. Suicidi di detenuti e di agenti di polizia penitenziaria. Aggressioni, scontri e processi per fatti gravissimi nei quali il ministero della Giustizia figura nella duplice e paradossale veste di parte civile e di responsabile civile.

Insomma, sembrerebbe avere preso oramai definitivamente forma - contro ogni intenzione positivizzata o dichiarata - la visione del carcere che si può intravedere sul fondo di quella “retorica giustizialista” che ha formato oggetto di una puntuale e rigorosissima “Critica” da parte di Francesco Petrelli e che “anziché tentare di civilizzare gli spazi di risentimento sociale canalizzandoli responsabilmente verso soluzioni condivise e ragionevoli che tendono al recupero del condannato” attinge “all’istintività emotiva che abita ogni essere umano”, trasformando il “marcire in galera” nella “formula magica che si sostituisce ad ogni altro orizzonte di giustizia”.

Il carcere è invece il luogo in cui si misura il livello di civiltà di un Paese. Lo diceva un gigante del pensiero illuminista come Voltaire, “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione”, e lo pensano, fuori da ogni retorica, i giovani avvocati dell’Aiga che il 22 febbraio scorso hanno istituito un Osservatorio Nazionale Aiga sulle Carceri con oltre 130 sedi territoriali e un comitato scientifico composto da personalità che rivestono ruoli di rilievo all’interno del panorama accademico, politico e sociale. Compito dell’Osservatorio Aiga sarà quello di predisporre un’effettiva e concreta mappatura della reale condizione di tutti gli istituti penitenziari presenti sul territorio italiano e di condurre una vera e propria battaglia non solo politica ma soprattutto culturale, affinché il legislatore comprenda che la riforma dell’ordinamento penitenziario non è più procrastinabile.

Siamo fermamente convinti che solo attraverso una generale riorganizzazione delle sistema carcere si possa raggiungere quel grado di civiltà e dignità auspicato non da ultimo dal Presidente Mattarella nel suo discorso di insediamento. Occorrono immediati passi in avanti sulla strada, mai come oggi tremendamente in salita, della umanizzazione degli istituti di pena e del reinserimento sociale dei detenuti. Per ridare civiltà e sicurezza al nostro Paese.

*Presidente Nazionale Aiga

*Componente dell’Osservatorio Nazionale Aiga sulle carceri