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di Elena Stancanelli

La Repubblica, 27 febbraio 2023

Possiamo fermare questi disperati che scappano dall’orrore? No, non possiamo. È solo un dispendio di denaro ed energie. Dobbiamo assolutamente uscire dall’irrazionale, dai “chiudiamo i porti”, dai “sono tutti terroristi”.

Questo naufragio è ineludibile. I morti sono sdraiati sulla spiaggia uno accanto all’altro, coperti dai lenzuoli bianchi. Uomini, donne, bambini. Le urla dei superstiti che cercano i parenti le sentiamo, le immagini della barca che si è spezzata nel mare in tempesta ed è andata a fondo sono state riprese dalle telecamere, di fronte alle coste della Calabria. Da dove erano partiti, da quanto tempo navigavano in condizioni precarie, scopriremo quasi tutto.

Riusciremo, forse, a dare addirittura un nome a ognuna di quelle persone morte nel tentativo di salvarsi la vita fuggendo da guerra, carestie, crisi climatiche. Pregheremo stavolta per ognuno di loro, come chiede papa Francesco. Ma nessuno di noi saprà mai il coraggio e insieme la paura di chi sale su quelle barche. Nessuno di noi, neanche lontanamente.

Per questo ci permettiamo di dire cose senza senso, ci permettiamo di pensare che non avrebbero dovuto partire, se sapevano che era così pericoloso. Perché Alessandro Leogrande potesse scrivere dei 57 morti del venerdì santo del 1997, affogati nel canale di Otranto dopo che la loro nave, la Kater i Rades, era stata speronata da un’imbarcazione della Marina Militare italiana, erano dovuti passare quasi vent’anni. Vent’anni perché la verità fosse finalmente raggiungibile perché fosse evidente non solo il modo in cui quel naufragio era accaduto, ma addirittura che fosse accaduto.

Il mare Mediterraneo è una tomba per molti, ma invisibile. Si richiude sulle vite che inghiotte e le fa sparire per sempre, permette l’orrore della mistificazione politica che abbiamo dovuto ascoltare in questi anni. I morti non esistono, gli scafisti si accordano con le navi umanitarie, il traffico è una linea di crociera che trasporta viaggiatori pagati da una parte all’altra delle coste che affacciano sul nostro mare. Spesso la fatica di dover ribadire l’ovvio ci rende pigri, vacilliamo di fronte alla propaganda massiccia, lasciamo perdere. A volte, a forza di saperlo finiamo per dimenticarlo.

I morti di ieri servano almeno a questo, a darci di nuovo la spinta per contrastare con tutti i mezzi che abbiamo la disumanità di certe decisioni politiche. Quei decreti contro il salvataggio in mare che ci fanno vergognare. Come italiani, come essere umani testimoni di questa infinita carneficina. Cos’altro ancora deve accadere prima che chiunque senta il bisogno di gridare che questa non è una catastrofe naturale ma il frutto di decisioni dissennate? Quanti altri morti prima che non sia più possibile dire io non lo sapevo, come i tedeschi che vedevano passare i treni piombati? Lo sappiamo, lo sappiamo benissimo.

Nel Mediterraneo si muore, da anni. Affondano troppo spesso queste barche di disperati che scappano dall’orrore. Possiamo fermarli? No, non possiamo. È solo un dispendio di denaro ed energie. Dobbiamo assolutamente uscire dall’irrazionale, dai “chiudiamo i porti”, dai “sono tutti terroristi”. Per anni abbiamo cercato di limitare i morti salvando i naufraghi. Lo facevamo noi, la guardia costiera italiana. Quando le leggi sono cambiate hanno iniziato a farlo le navi delle organizzazioni umanitarie. Abbiamo fermato anche loro, almeno, ci stiamo provando in tutti i modi.

Con la ridicola copertura morale di quello che è stato chiamato pull factor (fattore di attrazione): se nel mare ci sono i salvatori, aumentano le partenze, diciamo. Falso, falsissimo, smentito da tutti i dati. Smentito oggi da tutti questi morti sdraiati uno accanto all’altro sulla spiaggia, coperti da un lenzuolo bianco. Con un’evidenza ineludibile che è, anche, una chiamata in correità.