di Gery Palazzotto
Il Foglio, 31 maggio 2026
Le fratture politiche sulle indagini per le stragi del 1992 sono ormai un tema preponderante rispetto al semplice rito del ricordo. Le tifoserie giudiziarie hanno soffiato sulla cenere del disorientamento sociale. E la colpa non è delle tifoserie, ma di ciò che le ha alimentate. Giovanni Falcone vive, lotta e suona assieme a noi. E canta, brinda, si fa aiuola dell’orto botanico di Palermo, si fa talea nella Tenuta della casa vinicola Rapitalà. Era già albero, un bel ficus macrophylla grande ma non abbastanza per ricambiare l’affetto e la riconoscenza di un popolo cresciuto a riti e ricordi, e allora si è fatto Museo del Presente di una Fondazione a suo nome che ne perpetua la memoria con arte e parte.
C’è un momento dell’anno in cui Palermo celebra il suo rito più rischioso, quello in cui la necessità della memoria si diluisce nella nenia della messa cantata, quello in cui gli opposti sono costretti a condividere un pezzo di strada, quello in cui i sentimenti si aggrovigliano: nostalgia, rabbia, soddisfazione, rimorso. Quel momento arriva, da 34 anni, ogni 23 maggio. Ci sono verità facili e verità difficili da scovare. Pensiamo a una verità facile, chessò di carattere geografico. Se smarriamo un mazzo di chiavi vicino al Colosseo, diremo che comunque le abbiamo perse a Roma. Non diremo a Fiumicino o a Pomezia.
Se pensiamo alla strage del 23 maggio 1992, in cui persero la vita Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, pensiamo alla strage di Capaci. Solo che materialmente la strage di Capaci non è stata a Capaci, ma in territorio di Isola delle Femmine, un comune vicino. Il nome Capaci viene dallo svincolo presso il quale è avvenuto l’attentato. Ovviamente nulla cambia nella sostanza, ma a distanza di decenni è come se l’errore in quella piccola verità, una verità facile, (Capaci anziché Isola delle Femmine) fosse stato foriero di altro. Ricordare non costa nulla se la forma si divora la sostanza. Oggi basta aggiungere la parola “legalità” a qualunque progetto, pubblico e privato, che sia mostra o cocktail, film o concertino, parco o aiuola, e il gioco è fatto. La gran parte degli enti pubblici soffiano sul fuoco del pericolo di un’amnesia collettiva più per attestare, in qualche modo, la propria esistenza in vita che per un reale interesse civile. E’ una sorta di “leggenda della sofisticazione”: in ogni rischio di “calo della tensione” della lotta alla mafia, in ogni chiamata all’intruppamento per il corteo del caso, si amplificano i toni drammatici e divisivi quando spesso un sano realismo non toglierebbe nulla alla nobiltà del verso.
Lo scorso 23 maggio nel salotto del presidente della Commissione antimafia siciliana Antonello Cracolici si è brindato alla legalità (con tanto di foto sui social) con vista sull’ex abitazione di Giovanni Falcone. I giovani musicisti del Teatro Massimo hanno suonato per la legalità tra i passeggeri dell’aeroporto Falcone e Borsellino. I carabinieri del Reparto biodiversità di Reggio Calabria hanno interrato la talea della legalità, proveniente dell’albero Falcone, nel giardino della Tenuta Rapitalà, nel territorio di Camporeale. L’orto botanico di Palermo ha intitolato al giudice assassinato un’aiuola della legalità che ospita la Welwitschia mirabilis, una pianta con due sole foglie descritta alla stampa come “specie tenace, abituata a resistere in condizioni estreme, ma sempre capace di rigenerarsi, capace di vivere oltre i mille anni”. Decine di influencer si sono ritratti davanti al monumento in autostrada per un selfie di legalità. Sono tutti legittimi spunti di commemorazione, alcuni decisamente prêt-à-porter, a margine delle cerimonie ufficiali con al centro il Museo del Presente, la nuova declinazione di antimafia della Fondazione Falcone, che quest’anno ha proposto una mostra speciale con tre capolavori salvati e restaurati dopo l’attentato di via dei Georgofili a Firenze del 1993. Cambiano i riti della memoria. All’indomani delle stragi del 1992 i balconi di Palermo si coprirono di drappi bianchi. Era il movimento dei lenzuoli, una mobilitazione orizzontale che pur non conoscendo le regole del mainstream riuscì nell’impossibile: creare ponti in una città arcipelago, con isole ostili lambite da una coscienza civile rarefatta. Era la Palermo dei blindati a ogni angolo, dei percorsi antibomba. Oggi dove c’erano le armi pesanti dei militari ci sono i tavolini con gli spritz, le sirene delle auto di scorta si sono fatte più discrete. Sarebbe un bel sopravvivere se, nel frattempo, i mitra non fossero tornati a sforacchiare le vetrine dei negozi e se tra i tavolini dell’aperitivo non scorresse il sangue di risse e regolamenti di conti (una ragazza colpita alla testa da un proiettile vagante, nella movida di qualche sera fa).
Proprio in quel 1992 Leonard Cohen cantava nella sua “Anthem”: “In ogni cosa c’è una crepa ed è da lì che entra la luce”. Si perdona e ci si perdona: nessuno sa quanto ci sia di rassegnazione, di fiducia, di metafora (nel kintsugi giapponese le crepe degli oggetti rotti vengono riempite d’oro) o di convenienza. Il 23 maggio scorso Maria Falcone ha tratto la luce da una crepa e ha perdonato pubblicamente il pluriomicida Giovanni Brusca, cioè l’esecutore materiale della strage di Capaci (ormai la chiamiamo così e amen). “Mia sorella Anna difficilmente lo avrebbe perdonato, su questo avevamo idee diverse” ha raccontato. “La mia fede religiosa mi ha portato al perdono. Ritengo che Brusca stia riscuotendo quello che ha contrattato con lo Stato: ha dato informazioni e deve ricevere questo. Era anche l’idea di Giovanni, altrimenti non avremmo avuto i collaboratori di giustizia”. Recentemente Brusca è tornato in libertà dopo una parentesi da scrittore. Un paio di anni fa si era raccontato in un libro a don Marcello Cozzi, sacerdote, ex vicepresidente di Libera, già componente della commissione di Papa Francesco per la scomunica alle mafie: il mémoire era stata un’occasione preziosa di recupero dei ricordi per uno che ha sempre ammesso di non tenere a mente neanche quanti omicidi ha commesso (“molti più di cento, sicuro meno di duecento”).
Altra crepa, altra luce. Alle commemorazioni di Palazzo Jung c’era Fabrizio Miccoli, seduto accanto a Vincenzo Di Fresco, nipote di Giovanni Falcone. L’ex calciatore rosanero era stato condannato nel 2021 a tre anni e sei mesi per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Durante le indagini era emersa una sua odiosa intercettazione in cui definiva il giudice Falcone “un fango”. Dopo aver scontato la pena un po’ in carcere a Rovigo un po’ con l’affidamento in prova ai servizi sociali, Miccoli aveva incontrato più volte Maria Falcone per chiedere scusa. Ad aprile l’ex bomber aveva sublimato l’essenza del pentimento presentando il suo libro “Gloria e peccato di un campione” proprio nel Museo del Presente. Alla grande manifestazione per la commemorazione in diretta Rai c’era anche il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno (di Fratelli d’Italia), attualmente imputato di corruzione, peculato, truffa e falso, seduto fra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il presidente della Regione Renato Schifani. Poco più in là, la presidente della commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, dello stesso partito di Galvagno, non ha gradito: “Avevo chiesto che non fosse ai miei eventi”. E sulle esigenze di attenersi a un principio di garantismo ha tranciato: “Alcuni reati sarebbero davvero ostativi alla vita pubblica, anche se sono soltanto rinvii a giudizio o sentenze di primo grado, nel senso che non ci si può occupare della cosa pubblica se c’è un’ombra che riguarda la criminalità organizzata. Il garantismo sì, ma se sei innocente: quando lo avrai dimostrato e quando la giustizia avrà fatto il suo corso, potrai recuperare anche il tuo ruolo”.
Se si tratta di dividersi, la Sicilia è sempre compatta. Quest’anno Maria Falcone ha scelto di stare da sola sul palco allestito davanti all’Albero Falcone. Le fratture politiche sulle indagini per le stragi del 1992 sono ormai un tema preponderante rispetto al semplice rito del ricordo. Le tifoserie giudiziarie - mafia e appalti sì, mafia e appalti no; pista nera sì, pista nera no - hanno soffiato sulla cenere del disorientamento sociale. E la colpa non è delle tifoserie, ma di ciò che le ha alimentate. Indagini fatte coi piedi, infiniti depistaggi, magistrati oggi paladini della verità che furono i primi a credere a falsi collaboratori di giustizia, distrazioni istituzionali derubricate a coincidenze tacendo sul fatto che spesso le coincidenze sono menzogne scritte in anticipo. Sulle stragi del 1992 la confusione è figlia di una precisa strategia: la strategia della distrazione. A oggi non sappiamo chi entrò nei file dei computer di Falcone al ministero, non sappiamo del contenuto della borsa di Paolo Borsellino, non sappiamo chi erano gli uomini non mafiosi che si trovavano nei luoghi degli eccidi prima, durante e dopo. Da anni, nel giorno del ricordo di Falcone, c’è un corteo alternativo di movimenti e associazioni. Alternativo rispetto a una visione ufficiale, governativa, delle ricostruzioni giudiziarie delle stragi. Lo slogan “fuori la mafia dallo Stato” si è via via adattato a diverse prospettive: da quella prettamente politica con le contestazioni a esponenti di governo perlopiù di centrodestra (la pista politica delle stragi in tal senso non è arrivata a una conclusione giudiziaria precisa) a quella più recente, della pista “mafia e appalti”, legata a un dossier del Ros, che piace alla presidente Colosimo e convince la famiglia Borsellino. La versione alternativa, che porta alle contestazioni che non si sono fermate neanche questo 23 maggio davanti all’Albero Falcone, vede quel dossier non come causa esclusiva e considera che isolarlo come unico movente condurrebbe a una pericolosa minimizzazione della natura politica delle stragi del 1992.
La misura del tempo passato aspettando (o inseguendo) una verità che non collida con le evidenze dei depistaggi la si può trovare nel succedersi delle generazioni. Dalle mogli, i mariti, i fratelli, le sorelle, i figli e le figlie si è arrivati ai nipoti. Oggi i nuovi volti sono quelli di Vincenzo Di Fresco, nipote di Giovanni Falcone, direttore del progetto del Museo del presente, di Roberta Gatani e Claudio Fiore, nipoti di Paolo Borsellino, la prima ha scritto il libro “Cinquantasette giorni - ti porto con me alla Casa di Paolo”, il secondo gira per le scuole per fare opera di divulgazione. E poi c’è Luisa Impastato, nipote di Peppino Impastato, giornalista e attivista assassinato dalla mafia a Cinisi nel 1978: Luisa è oggi presidente dell’associazione “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato”. E ancora Maria Badalamenti, nipote del boss Tano Badalamenti, che del delitto Impastato fu mandante, e figlia del fratello Silvio, vittima innocente della vendetta mafiosa nel nome del quale conduce una battaglia di riscatto della memoria e dell’onore. Nella Sicilia antimafia dei nonni illustri fioriscono anche scrittori impegnati. Arianna Mortelliti, nipote di Andrea Camilleri, è l’unica in famiglia ad aver seguito le orme del nonno: pubblica per Mondadori e Sellerio. I nipoti di Leonardo Sciascia, Fabrizio e Vito Catalano, lavorano il primo in ambito teatrale e il secondo in quello editoriale e si occupano di portare avanti l’eredità culturale del celebre nonno.
Sono storie che galleggiano nel mare di un’ordinarietà diffusa, dimenticate e sottovalutate fino a quando non arriva il sussulto di una commemorazione importante, come quella del 23 maggio. Nel giorno di Falcone c’è persino una battaglia antimafia che infuria su una spiaggia. Da più di un secolo una società, la Italo Belga, ha avuto in gestione la spiaggia di Mondello. Negli ultimi mesi la società, per sospetti di infiltrazioni mafiose, era stata disarcionata dalla Regione che aveva anche abbozzato un piano di emergenza per l’estate con bandi di affidamento temporaneo ad altri privati. Ma in Sicilia c’è un organismo che non esiste nel resto dell’Italia: il Consiglio di giustizia amministrativa, figlio prediletto dello Statuto autonomistico che proprio pochi giorni fa ha compiuto 80 anni. Ebbene, a tempo quasi scaduto, con l’estate praticamente arrivata, il CGA ha restituito la spiaggia alla Italo Belga inaugurando una nuova saga: la battaglia tra bagnanti collusi e bagnanti antimafia. “Nessuno tocchi Giovanni” ha ammonito Maria Falcone dal palco di via Notarbartolo a Palermo, luogo eletto per il rogo della dimenticanza. C’erano i fischi del corteo alternativo. C’era la paura imbarazzata di mancare l’orario del minuto di silenzio, che lo scorso anno si celebrò alle 17:48 anziché alle 17:58 (sussurrano i maligni per giocare l’anticipo sull’arrivo dei contestatori). C’era, diffusa, la sensazione che gli intenti di pacificazione e le pulsioni di perdono tendessero a lucidare un marchio di fabbrica: niente polemiche nel nome di Giovanni Falcone, comunque vada. Eppure se le divisioni sussistono e anzi si incrementano è proprio per le versioni annacquate, giudiziarie e politiche, che in tutti questi anni sono state distribuite come distillato di verità. Il problema della pacificazione elargita non sta nella pacificazione.










