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di Anna Lisa Antonucci

L’Osservatore Romano, 20 dicembre 2022

Quest’anno nelle carceri italiane si sono tolte la vita ottanta persone. L’aver toccato il fondo, l’essere approdati all’ultimo gradino prima del nulla, essere finiti in cella: sembra questo il sentire che sta dietro ai tanti, troppi suicidi che avvengono nelle carceri italiane.

Un luogo troppo lontano dalla realtà esterna, un “altrove” esistenziale, un mondo separato, straniante e dove si vive una disperata solitudine condivisa con un mare di persone. È dove si è approdati, spesso, dopo vite condotte con difficoltà e lungo il bordo del precipizio, a causare la crepa. In undici mesi, da gennaio ai primi giorni di dicembre 2022, nelle carceri italiane si sono tolte la vita 80 persone, 75 uomini e 5 donne: si tratta del più alto numero di suicidi mai registrato negli ultimi dieci anni. Il primo caso avviene ai primi di gennaio 2022, subito dopo le feste.

Otto ore dopo l’arrivo in carcere, un giovane di 25 anni di origine marocchina si impicca alle sbarre della finestra della cella. Era entrato alle 21 ed è morto alle 5 del mattino seguente, non c’è stato neanche il tempo di immatricolarlo.

È dall’analisi delle storie di queste persone, secondo uno studio avviato dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà allarmato dal fenomeno, che si capisce che non sembrano essere determinanti nella decisione di togliersi la vita le condizioni detentive, la fatiscenza della maggior parte degli istituti di pena o la durata della pena ancora da scontare.

Troppo breve è stata in molti casi la permanenza all’interno del carcere, troppo frequenti i casi di persone che presto sarebbero uscite. Sul totale dei suicidi avvenuti quest’anno, 49 persone, pari al 62 per cento, si sono tolte la vita nei primi sei mesi di detenzione; di queste 21 nei primi tre mesi dall’ingresso in istituto e 15 entro i primi io giorni, g delle quali addirittura entro le prime 24 ore dall’ingresso.

Questi numeri significano, riflette il Garante, che circa un suicidio su cinque avviene nei primi dieci giorni dall’ingresso in carcere. Dunque, è lo stigma della detenzione a far scattare la rinuncia alla vita. Esaminando un campione di 15 casi, per tentare una possibile spiegazione dell’incremento dei suicidi, lo studio rileva che ben 9 hanno riguardato giovani al di sotto dei 30 anni di età e altri tre persone tra i 30 e i 40 anni, tutto persone che non avevano già vissuto un’esperienza di lunga detenzione; al contrario ben 8 di loro erano in attesa di giudizio di primo grado. Inoltre, fra le 80 persone che si sono tolte la vita, 5 avrebbero completato la pena entro l’anno in corso, ciò significa che spesso “è l’esterno a far paura quasi e più dell’interno”.

Guardando più da vicino, 47 delle 80 persone che hanno deciso di togliersi la vita erano italiane e 33 straniere, di queste i8 senza fissa dimora. La maggior parte dei suicidi era in cella per reati contro il patrimonio. Dallo studio del Garante emerge anche un fatto significativo e cioè che 65 di queste persone erano state precedentemente coinvolte in altri eventi critici: 26 avevano messo in atto almeno un tentativo di suicidio, in 7 casi addirittura più di un tentativo, inoltre 23 persone erano state sottoposte alla misura della “grande sorveglianza” e di queste 19 lo erano anche al momento del suicidio. Fin qui la fredda analisi degli eventi data dai numeri, ma dietro ogni caso c’è una tragica storia a sé, e la reclusione fatta solo di “tempo sottratto”, sottolinea il Garante nazionale, Mauro Palma, è prodromica alla percezione del proprio annullamento.

È urgente dunque intervenire, dice il Garante, prevedendo all’interno degli istituti figure di mediazione sociale e supporto, “un compito che non può essere affidato agli operatori di Polizia penitenziaria”.

È necessario ridurre i numeri dei detenuti con conseguente maggiore presa in carico delle persone al loro ingresso in carcere. Basti pensare, rileva nello studio il Garante, che al momento sono 1.492 le persone detenute per scontare una pena inferiore a un anno e altre 2.6o8 con una pena tra uno e due anni.

È infine importante, ribadisce Palma, ridurre la distanza con l’esterno, garantendo in sicurezza una maggiore connessione con i propri affetti attraverso le tecnologie della comunicazione. “La vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera”, ha stabilito il Consiglio d’Europa, “un principio che ha avuto l’approvazione dei rappresentanti del governo di ciascuno dei Paesi del Consiglio, inclusa l’Italia”, ricorda il Garante.