di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 21 luglio 2019
Borrelli chi? Praticamente dimenticato ma ancora detestato dai suoi avversari, pochi ne ricordano la lezione. Da anni era volontariamente scomparso dalle scene, chiudendosi nel silenzio. Ed ora la sua morte obbliga una magistratura con la toga logora come non mai a un esame collettivo di autocoscienza, confrontandosi con la stagione del grande consenso che ha avuto nel giudice milanese il suo artefice.
Lui è stato il primo vero procuratore capo, ruolo che gestiva come un direttore d'orchestra amministrando gli assoli dei virtuosi e gli interludi degli orchestrali meno dotati. Il pool è stata un'idea sua, perché sapeva che solo una squadra di professionalità e persone diverse avrebbe potuto reggere un'inchiesta complessa come Mani pulite.
L'ha guidato con autorevolezza, senza mai farsi autoritario, ascoltando tanto nelle riunioni interne e parlando solo quando serviva una sintesi. Ha capito che senza investigatori di polizia esperti e senza strumenti moderni i pubblici ministeri poco potevano e ha preso il controllo totale delle indagini, sfruttando tutte le potenzialità offerte dal nuovo codice penale entrato in vigore proprio allora. "Ha saputo raccogliere gli impulsi dei giovani magistrati per organizzarli e dare un senso agli obiettivi investigativi - ha riconosciuto ieri l'avvocato Ennio Amodio, primo difensore di Silvio Berlusconi spesso critico verso i metodi del pool - Suonava come un messaggio al Paese che rivendicava il primato della legalità sul malaffare".
Contrariamente a una moda che si stava già diffondendo, non amava le intercettazioni - nei primi quattro anni Tangentopoli ne è priva - perché preferiva formare le prove con documenti e testimonianze, secondo un percorso "vecchio stile" illuminato dalla riflessione logica. Coniugava il rigore ambrosiano con la raffinata creatività dell'intellettuale napoletano, sapendo trarre da entrambe le tradizioni di un pragmatismo unico nell'affrontare i problemi.
Eppure del suo modello si citano solo gli aspetti straordinari, quelli di cui Borrelli si era fatto carico senza compiacimento in un momento eccezionale della storia italiana. Come ad esempio le esternazioni mediatiche, quelle conferenze stampa capaci di bloccare le leggi e riempire le piazze, così lontane dal suo carattere riservato: ha usato i media perché servivano a proteggere l'inchiesta e i suoi pm.
Una deviazione istituzionale? Di sicuro non un'espressione di protagonismo, visto che non è mai entrato in un salotto televisivo e non ha mai neppure scritto un libro. Altri imitatori ne hanno distorto la lezione, sostituendo l'immagine alla sostanza, con fughe di notizie che amplificano istruttorie dai fondamenti confusi: pm autoreferenziali, attaccati al privilegio più che al dovere. Nella sua visione il magistrato si trova su un piedistallo, che non serviva a spiccare sugli altri quanto a isolarsi da ogni tentazione: una figura orgogliosamente autonoma nella rivendicazione del potere che la Costituzione gli attribuisce.
Si sarebbe riconosciuto nelle parole usate ieri dal presidente Mattarella: "impegnato per l'affermazione della supremazia e del rispetto della legge". E nel ricordo del suo allievo ed erede Francesco Greco c'è il concetto chiave: "il valore dell'indipendenza". Un valore tradito poi da troppi magistrati, come mostra lo scandalo del Csm, quel Consiglio che gli negò la promozione a presidente di corte d'appello con cui Borrelli avrebbe voluto chiudere la carriera. Oggi, con le correnti ridotte a consorterie pronte a intrallazzare con politici e imprenditori, solo riscoprendo quell'indipendenza la magistratura può sperare di risorgere. Ma forse tutti gli italiani avrebbero bisogno di chiedersi perché quell'appello a "resistere, resistere, resistere" è caduto nel vuoto.










