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di Antonio Oricchio*

 

Il Mattino, 23 dicembre 2020

 

Ora i conti da regolare nel dopo-Covid ce ne è uno che - pur se fondamentale e dirimente per le stesse sorti della democrazia - ora appare riposto nel cassetto della dimenticanza: è quello del sistema giustizia, un problema spesso predicato, ma poco affrontato ed al quale tengo particolarmente anche per il mio attuale ruolo di consigliere di Cassazione.

Se gli uffici giudiziari -Giudici di Pace, Tribunali e Corti di Appello - di merito sono stati (diciamolo pure chiaramente) pressoché paralizzati causa-Covid, non meno grave è stato l'impatto pandemico sulla Suprema Corte di Cassazione. Quest'ultima, fra udienze pubbliche comunque fissate e adunanze camerali anche con collegamenti da remoto, ha fatto quel che poteva per andare avanti.

C'è un aspetto, però, significativo che va conosciuto. Sommerse ogni anno da decine di migliaia di nuove cause, tutte le sezioni civili della Cassazione - proprio nel periodo Covid - hanno dovuto fronteggiare anche altre migliaia di ricorsi per i procedimenti di protezione internazionale, ai quali -per legge- si è dovuta attribuire una corsia preferenziale.

Questi ricorsi innanzi a un organo, deputato, di norma, a decidere su violazioni di legge piuttosto che a rifare valutazioni in fatto, attengono a domande, già esaminate e anche ripetute, di protezione internazionale, sussidiaria o umanitaria (nonché di opposizioni alle convalide di decreti di espulsioni, invero quasi mai attuati).

Sono definiti, questi ricorsi, anche in meno di un anno, nonostante il Covid. Ciò non è male in sé, ma dovrebbe far riflettere su due anomalie. La prima: se un cittadino extracomunitario, richiedente protezione internazionale e soccombente nei vari giudizi di merito nel secondo semestre 2019, ottiene una decisione della Cassazione nel primo semestre 2020 perché un cittadino italiano, che vanta un risarcimento o attende una indennità di occupazione o di espropriazione deve poi aspettare - bene che vada - non meno di quattro anni per una sentenza della Suprema Corte?

La seconda e più rilevante: sulla dolorosa questione umana degli immigrati richiedenti protezione si è innestato un vergognoso valzer di convenienze, connivenze, falsi moralismi, interessi, che ormai prescindono totalmente dalla reale e civile sorte del povero immigrato spesso abbandonato a se stesso.

La "discarica" nel percorso giudiziario (anche di Cassazione) di una problematica che è, innanzitutto, politica, economica e diplomatica; la smania di certe correnti della magistratura associata, che - con tanti problemi di degrado interno - hanno trovato occasione di tenere congressi nazionali svolti in templi sikh o a Lampedusa; l'associazionismo e i centri studi vari sull'immigrazione; l'occasione (ennesima) per una certa parte di avvocatura e ceto forense di scovare nuovi ed anche redditizi filoni di cause con l'emigrazione; una interessata ed omissiva narrazione, da parte dei media, della problematica: sono - tutti questi - solo alcuni dei punti più significativi della vicenda su cui si dovrebbe riflettere.

Si pensi, al riguardo a quanto, invece, sarebbe più umano e logico evitare di spendere tanto per processi, cause, convegni, studi, patrocini a spese dello Stato e compensi legali, utilizzando molto, ma molto meglio fondi per dare agli emigrati (che continueranno a giungere finché la politica e l'Europa non troveranno altre e adeguate soluzioni) un tempestivo insegnamento della lingua italiana e dei nostri basilari principi costituzionali e civili, una educazione che prescinda dal ricorso al suggerito "escamotage" giudiziario, una formazione sempre contestuale allo svolgimento di prestazioni di lavoro anche di pubblica utilità, la concreta previsione o di inserimenti lavorativi (anche stagionali) oppure di percorsi assistiti e finanziati di rientro nei Paesi di origine non coinvolti in situazioni di effettiva pericolosità.

Senza scendere, in questa sede, in complessi dettagli tecnici e penosi risvolti umani di questa storia tutta italiana, quello accennato è solo un emblematico e significativo aspetto che dovrebbe farci pensare, per il dopo-Covid, a prendere seriamente in considerazione pure la dimenticata necessità di un sistema giustizia nel suo complesso più efficiente e serio.

Fra il 1300 ed il 1400 la drammatica pandemia che colpì l'Europa e l'Italia, passando alla storia come "peste nera", riuscì a costituire - quando ebbe fine- un'occasione di risveglio e riforma. Speriamo di poter commentare, quando la pandemia di oggi finalmente finirà, che il dopo- Covid italiano riuscirà a dare al nostro Paese - fra le tante riforme necessarie- anche quella di una giustizia migliore.

*Consigliere S.C. Cassazione