di Mariano Croce*
Il Domani, 5 agosto 2026
Nel corso di due millenni, l’identità europea ha vissuto di una continua dialettica con l’altro da sé: dall’elastica intelligenza con cui Roma antica ha saputo appropriarsi delle forme di vita più remote ai movimenti incessanti delle genti che, nella modernità, hanno riscritto la fisionomia di interi popoli. Nel corso di due millenni, l’identità europea ha vissuto di una continua dialettica con l’altro da sé: dall’elastica intelligenza con cui Roma antica ha saputo appropriarsi delle forme di vita più remote ai movimenti incessanti delle genti che, nella modernità, hanno riscritto la fisionomia di interi popoli. Non c’è paese occidentale che sia stato capace di mantenersi in vita senza ibridarsi per tramite dei flussi migratori. Eppure, come per uno sconcertante atto di rimozione psichica, l’Europa tratta oggi la figura del migrante come quell’importuna anomalia il cui definitivo superamento le garantirebbe un futuro di rinnovata prosperità.
La remigrazione e l’engagement della violenza: contro di me duecentomila messaggi d’odio in tre mesi Non sorprende, allora, che tra gli indici più rivelatori del cosiddetto regresso democratico vi sia la risposta sfacciatamente nazionalista alla domanda sul “chi siamo” - vale a dire quella riflessione sul sé collettivo attraverso cui un intero popolo definisce la propria identità. In Europa, rinfocolati da un propagandismo che si dimostra amaramente efficace, gli ideologi delle destre più o meno estreme tentano persino di offrire un rivestimento teorico alle più invereconde pulsioni razziste. Si assiste così a una “svolta culturale” del razzismo, che consente di velare ogni riferimento esplicito alla differenza biologica tra popoli per fondare l’opposizione alla migrazione su una presunta originarietà delle radici culturali e delle tradizioni storiche.
Si va affermando l’idea, lanciata decenni or sono dall’ideologo della Nouvelle Droite francese, Alain de Benoist, che le culture siano segnate da una irriducibile differenza e che, pertanto, ogni popolo abbia sia il diritto sia il dovere di rimanersene chiuso e isolato nel proprio territorio. A partire da simili intuizioni, la remigrazione viene presentata come un processo di ripristino dell’ordine rispetto al disordine creato dalle politiche scelerate delle sinistre. Secondo autori che avanzano tesi persino più ardite, come il filosofo Marc Jongen, pensatore di punta dell’AfD, i popoli afflitti da indebite espropriazioni culturali sono legittimati a scatenare la loro “collera identitaria” contro l’immigrazione.
L’austriaco Martin Sellner si fa cantore di una remigrazione “legale” finalizzata alla sopravvivenza delle democrazie nazionali, la quale esigerebbe la rottura dell’attuale “paralisi identitaria”, che deriverebbe da un disdicevole senso di colpa verso gli ultimi della Terra e che avrebbe inflaccidito l’animo pragmatico e virile degli Stati europei. Dalla difesa della razza alla remigrazione: le radici dell’ossessione identitaria In questa sbornia para-culturalista, ma di fatto cripto-razzista, la migrazione cessa di essere un tema di politica amministrativa e si trasforma in un artefatto problema di “essenza”.
Privi di ogni concreto progetto su come realizzare questo delirante piano - che rischierebbe di segnare un declino dei paesi occidentali pari solo a quello che un secolo fa determinò in Germania la fuoriuscita di centinaia di migliaia di ebrei, embricati com’erano nel tessuto produttivo e culturale tedesco - oggi la risposta alla domanda su chi siamo viene tradotta nella ben più inquietante, ma alfine inconcludente, domanda: “Chi è il nemico interno che minaccia la nostra forma di vita?”. Si tratta di uno sbalorditivo arretramento sul piano della cultura politica rispetto al secondo Novecento, quando ci si interrogava sui dilemmi della convivenza tra gruppi etnici senza cedere alle soluzioni da piazzisti imbastite oggi dalle destre.
Ancora alla fine del Novecento, Jürgen Habermas definiva l’appartenenza culturale come fondata sulla condivisione di principi costituzionali fondamentali, capaci di superare ogni steccato etnico, religioso e linguistico - detto altrimenti, la partecipazione a un progetto comune di solidarietà tra estranei. Fu forse un’illusione, ma per decenni si credette che la convivenza, difficile quanto si vuole, non richiedesse la professione di fede in presunti tratti originari, perché di originario al mondo non c’è nulla se non la comune precarietà che segna la vita di quel disadattato cronico che è l’essere umano nell’ambiente naturale. Meloni: “Remigrazione? La facciamo già”, la destra afflitta dalla sindrome Vannacci.
*Filosofo










