di Andrea Malaguti
La Stampa, 21 aprile 2024
“Stiamo andando indietro come i gamberi, vedo una nostalgia del passato, ma non capisco nemmeno di quale passato. Che cosa vorrebbero fare? Creare una società autoritaria? Irreggimentare l’intero Paese e concentrare il potere in poche mani?”. Dacia Maraini (intervistata da Flavia Amabile su La Stampa). Raccolgo i dubbi amari di Dacia Maraini. Dubbi, ripeto, dubbi. Che cosa ci sta succedendo? Che Paese scadente e disorientato è quello in cui la tv di Stato cancella un monologo di un intellettuale come Antonio Scurati sul 25 aprile, evento fondante e non discutibile della Repubblica? Sta diventando pericoloso dire quello che si pensa se non piace al Palazzo? Ricordare che Giacomo Matteotti è stato ammazzato esattamente cento anni fa dagli uomini di Mussolini?
Qualcuno ha dimenticato il discorso del Duce che apre ufficialmente il ventennio fascista il 3 gennaio 1925? “Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito? Ebbene, io dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea, ed al cospetto del popolo italiano, che assumo (io solo!) la responsabilità (politica! morale! storica!) di tutto quanto è avvenuto”.
È Storia. Cupa. Sgradevole. Nostra. Speravamo di essere andati oltre. Quali nuove farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito? Che Paese è quello che prova a manipolare la par condicio (norma comunque surreale) per dare un vantaggino in campagna elettorale ai suoi ministeriali trombettieri e sogna i giornalisti disallineati dietro le sbarre? Che Paese è quello in cui siamo di nuovo qui a discutere del diritto all’aborto, che i francesi hanno inserito nella Costituzione, e sproloquia su problemi non suoi come il fine vita degli altri? Che Paese è quello in cui il governo prepara un giro di vite nei confronti degli studenti universitari che scendono in piazza? Ma che significa, poi, giro di vite, nel Paese con più leggi al mondo?
Mi sono reso conto che con le domande sul “che Paese è?” potrei andare avanti mezz’ora. Ma poi, essendo un progressista liberale invaso dai distinguo, attratto dalla moderazione che impone la complessità, ad ogni domanda mi rispondo: no, dai, esageri, ma quale deriva autoritaria? Siamo il Paese più libero della terra. Del resto, non sei qui a scrivere? Va bene. Può essere. Eppure.
Il punto è che tra sette settimane l’Europa ci chiama a votare. E quello che succede in Italia non succede solo in Italia, anche se in Italia succede di più e rischia di diventare un esempio. Perché siamo ancora un grande Paese e quello che facciamo pesa oltre i nostri confini. Non è un caso se Le Figaro, The Guardian o El País scrivono preoccupati di noi. Stiamo diventando un’anomalia. L’aria è avvelenata. Siamo certi che l’unica soluzione ai nostri guai sia chiudersi a riccio, guardare il mondo con lo specchietto retrovisore. Diventare reazionari (poi ci torno sull’idea di reazione). “Com’era bello il tempo in cui”, e vai con il sospiro. Chiudiamo, blindiamo, marciamo, non arretriamo. Un po’ automi e un po’ soldati, con i denti digrignati e le baionette nei fucili. La politica dell’elmetto che affascina la premier e una parte nostalgica (ma meno larga di quanto si creda, nell’Italia dell’astensionismo e dello scoramento trasversale) dell’opinione pubblica. Quale futuro immaginiamo per i nostri figli? Ci piace il Fight Club, odiamo la visione laterale, il progresso, la bellezza, la novità e il confronto (senza il quale tutto questo non esiste).
Mi ha colpito una recente dichiarazione di Marion Maréchal: “Voglio diventare la Meloni di Francia”. Vox, la giustizia-ingiusta fatta di guinzagli e schiavettoni di matrice orbaniana, Dio, patria, famiglia e il lepenismo riaggiornato di generazione in generazione. È questo il modello? È Arianna Meloni, la First Sister, che salendo per la prima volta a comiziare sul palco di Viterbo ostenta orgogliosa il suo naturale antieuropeismo? Ambiamo a miniaturizzarci in un pianeta dominato da Usa, Cina, India e Russia? A rifare l’Italietta? Torno ad un’ossessione che non se ne va: ma quali valori condivisi abbiamo? Come evitiamo gli strappi del tessuto sociale? Non sarà che quegli strappi qualcuno li agogna?
Ne parlavo qualche sera fa con Francesco Profumo, presidente uscente della Compagnia di San Paolo e già ministro dell’Istruzione e rettore del Politecnico di Torino. Discutevamo di Università. Gli ho chiesto, un po’ ingenuamente, “ma a te non preoccupa questa idea di liquidare le proteste come una questione di ordine pubblico? Non è che stiamo scivolando in uno schema sempre più repressivo? Che questa destra ci sta soffocando?”.
Mi ha risposto: “Non credo che abbiano un progetto. Credo che reagiscano istintivamente alle cose nell’unico modo di cui sono capaci”. I cortei dei ragazzi ci sembrano poco ortodossi? Meniamo. Tanto in mezzo c’è sempre qualche facinoroso. Qualcuno che viene dai centri sociali apposta a cercare manganellate e finire in tv. Spacchiamo la testa a tutti, buoni e cattivi. Così il messaggio arriva forte e chiaro. Tanto, adesso, nel calderone della follia è finita qualunque cosa - dal Climate Change all’antisemitismo, dal pacifismo al filo-putinismo, dal #Metoo all’anti-atlantismo - e in questo caos primordiale e stupido, è facile trovare una scusa per tutto, persino per la muscolarità di Stato e l’arretramento della democrazia, proprio nel momento in cui bisognerebbe respirare a fondo, tenere i nervi salvi e lavorare su ciò che unisce e non su quello che divide. Consentire, anziché vietare. Spiegare anziché imporre. Mediare anziché prevaricare. Soprattutto quando si tratta della circolazione delle idee. E di proteste che, a guardarle bene, sono come la bassa marea in Romagna. Arrivano al massimo alle caviglie. Non ci affogheranno di sicuro.
Avevo immaginato di passare il sabato a scrivere di Università. Delle poche centinaia (e sto largo) di ragazzi imbandierati e aggressivi in un Ateneo come quello di Torino che conta 85mila studenti. Del diritto di dire la propria. Soprattutto se si hanno vent’anni e magari si studiano scienze politiche, legge o filosofia, e quindi anche la protesta è una specie di “esercitazione pratica” se non si trasforma in violenza. Del fatto che quest’anno, nell’Italia dei passatisti, si sono diplomati 500mila ragazzi, nati nel 2005 assieme ad altri trecentomila coetanei che hanno abbandonato gli studi prima. Che di questi 500mila si iscriveranno a un corso di laurea in 350mila e che solo in 120mila si guadagneranno la pergamena e l’alloro. Il 20% del totale. Numeri che spaventano, se si pensa che nel 2023 sono nati meno di quattrocentomila bambini. E che se la prospettiva rimane questa (e lo rimarrà considerato che non frega a nessuno), tra poco più di vent’anni si laureeranno novantamila italiani in tutto. Una miseria, che ci trasformerebbe in un Paese marginale in un mondo in cui la Corea del Sud porta alla laurea il 90% dei suoi studenti. Ma noi siamo ossessionati dalle rivincite personali, dal piccolissimo cabotaggio, dall’adesso ti faccio vedere io. Dal bisogno di censura. Dalla reazione. Dalla rivincita non si sa nei confronti di chi. È patetico. Peggio, suicida.
Nel monologo rimosso che non sentirete su Rai 3, ma che potete leggere integralmente su La Stampa e che sta rimbalzando un po’ ovunque (solo un burocrate col fez può credere di far sparire i pensieri degli altri nel pianeta della connessione assoluta), Antonio Scurati ricorda che alle cerimonie per il 25 aprile dello scorso anno, Giorgia Meloni non nominò mai la parola “antifascismo”. Eppure, stringi stringi, il 25 aprile non è niente più di quello. C’è un intero impianto costituzionale a ricordarcelo. Vale ancora la Carta per chi guida il Paese? Siamo al punto che sostenerlo produce l’annichilimento? Torno a Dacia Maraini. “Che cosa vorrebbero fare? Irregimentare l’intero Paese e concentrare il potere in poche mani?”.
Ps. Volendo la si può prendere come una speranza. Dopo una giornata imbarazzante, Giorgia Meloni ha spiegato che anche lei pubblicherà il testo di Scurati (ormai disponibile su qualunque piattaforma vi venga in mente), essendo - sostiene - refrattaria a ogni forma di censura. Dunque aveva ragione Profumo, i cortigiani di destra non sanno quello che fanno, ma lo fanno in automatico. E allora se la premier è in buona fede su Scurati - e non c’è motivo di dubitarne - dovrebbe fare girare nei suoi uffici l’invito di Talleyrand: surtout, pas trop de zèle. Soprattutto, non troppo zelo.









