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di Francesco Specchia

Libero, 3 giugno 2022

I dati sono implacabili. E sono soltanto pulviscolo, nell’universo dei palinsesti e dei buoni propositi. Dal 7 aprile al 31 maggio scorsi, il tempo totale dedicato dai telegiornali e dagli “Extra tg” Rai all’informazione sui referendum sulla Giustizia sono rispettivamente 1 ora, 51 minuti e 22 secondi e 1 ora 21 minuti e 31 secondi. Che corrispondono, sempre rispettivamente allo 0,3% e allo 0,23% del tempo totale. Pulviscolo, appunto.

L’Authority per le comunicazioni prima ha denunciato la sistematica “congiura del silenzio” sui rognosissimi quesiti referendari promossi da Radicali e Lega; poi ha fornito i dati. Gli stessi dati, per inciso, la cui latitanza, solo tre settimane fa, aveva sollecitato le lamentazioni del presidente della Camera Fico: “L’Agcom non ha consegnato i dati sul pluralismo dell’informazione e sul referendum il presidente Cardani sta creando uno scontro istituzionale con la vigilanza che non ha precedenti”. Bene, ora quei dati perduti ci sono.

Ma non subentra nella classe politica alcuno scontro costituzionale, semmai imbarazzo. Imbarazzo non solo perché nella trasmissione di Fabio Fazio Che tempo che fa Luciana Littizzetto abbia dedicato un monologo all’inutilità (secondo lei) dei referendum stessi, consigliando ai cittadini, craxianamente e senza contraddittorio, di “andare al mare”. E imbarazzo, soprattutto, perché nel dettaglio del calcolo dei cosiddetti “tempo di parola e “tempo di notizia” della tv pubblica si sono registrai, sul suddetto tema dei cinque referendum, picchi d’ineguagliata “disinformatia” direbbero i russi: 0,08% e 0,07% tra il 24 e il 30 aprile, 0,28% dal 29 aprile al 7 maggio. Così, per dire.

L’abbiamo già scritto: qua non si tratta di dar più spazio alle ragioni del sì o del no. Si tratta semplicemente di parlarne. Anche perché i quesiti sono già farraginosi e giuridicamente involuti di loro; e farne esegesi e la divulgazione alle masse diventa non solo un dovere morale ma, appunto, una prescrizione normativa. Non serve neanche capirli - dice il collega Filippo Facci - l’importante è votarli come atto di fede verso una giustizia più giusta invocando, banalmente i dettami dell’art. 111 della Costituzione.

“Chiediamo che la Rai rispetti il richiamo dell’Agcom sull’adeguata copertura informativa e organizzi subito blocchi sul referendum nei talk show in prima serata su tutte le reti. Le tribune di Rai Parlamento - che richiedemmo in un atto di sindacato ispettivo in Vigilanza Rai - sono un primo passo, ma non abbastanza”, denunciano i membri della Vigilanza Rai Federico Mollicone e Daniela Santanché. La denuncia si aggiunge a quelle leghiste di Arrigoni, Ostellari, Ravetto. Anche se la protesta più efficace risulta quella dell’immarcescibile vicepresidente del Senato leghista Roberto Calderoli; il quale si butta, pannellianamente, sullo sciopero della fame: “Bene che l’Agcom indirettamente denunci la mancata informazione sui quesiti referendari, però l’Agcom mi sembra la bella addormentata nel bosco, perché tra dieci giorni si vota e se aspettava ancora un po’, per cui al posto che mandare un richiamo ci vorrebbe qualcosa di molto più forte”.

E Calderoli evoca l’art. 75 della Costituzione (il popolo che con lo strumento del referendum può diventare legislatore). Sicché il vecchio soldato padano qui riceve ineffabili attestati di solidarietà. Riceve, Calderoli, meno proposte di co-digiuno e di sollevazioni di piazza. Non si può avere tutto. Alla luce di quest’inquieto silenzio della tv di Stato, qualche domanda sorge spontanea: “Chi ha paura dei referendum? Perché si sta cercando di boicottare indegnamente uno strumento di democrazia? Perché la stampa sta ignorando questa battaglia di civiltà? Si temono tanto i magistrati? Come mai non interviene il Presidente della Repubblica o il Presidente del Consiglio?”.

Sono gli interrogativi che si pone Giacomo Francesco Saccomanno, Commissario regionale della Lega in Calabria; e che ribadisce Emma Bonino leader di +Europa che denuncia l’inerzia del Pd di letta e i boicottaggi del 5S che, con l’approvazione dei cinque referendum vedrebbe sgretolarsi definitivamente la stagione giustizialista della riforma Bonafede. D’altronde - bisogna essere onesti- la sinistra e le toghe non hanno mai fatto mistero dell’aspirazione di vedere fallita la consultazione. E lo fanno tramite l’informazione a bassissima frequenza per un conseguente “non raggiungimento del quorum”. Ad occhio, trattasi davvero della campagna referendaria più oscurata della storia repubblicana.