di Carla Forcolin
Ristretti Orizzonti, 27 maggio 2023
Interessante e coinvolgente come sempre il convegno tenuto al “Due Palazzi” il 19 maggio. La spinta principale a parteciparvi mi è venuta dal progetto che sto conducendo con un finanziamento della Regione Veneto e in collaborazione con l’USSM, dal titolo “Arrampicare”.
L’idea è quella di accompagnare i ragazzi in montagna, perché vi si cimentino. Perché si confrontino con la roccia, con la paura di salire in cima alle pareti, di scendere in corda doppia; perché imparino a sostenersi a vicenda nelle cordate, a partecipare disciplinatamente ad ogni uscita, ad usare bene corde e discensori … perché si divertano, si sentano importanti, ne traggano soddisfazione, aumenti la loro autostima, diventino amici, trovino una nuova passione sana per la vita.
Dopo il convegno, vedendo i “miei” ragazzi in cima ad una montagna, che mi facevano il segnale di vittoria, mi sono quasi commossa. I racconti delle madri che parlavano di figli giovanissimi capaci di terribili atti di autolesionismo, mentre erano rinchiusi, mi tornavano alla mente. I giovani vanno recuperati in tutti i modi possibili. Per fortuna a qualche mente illuminata e poi a tutto il nostro sistema di giustizia è giunta l’idea che i giovanissimi non si recuperano rinchiudendoli in prigione.
Almeno per loro, di solito, si cerca di allontanare la “vendetta” della società, di cui parlava Gad Lerner nel convegno, e di mettere in atto un percorso di presa di coscienza degli errori compiuti. Nel progetto che sto facendo, mi pare che il confronto tra la paura che si prova nel compiere un’impresa sportiva di cui poi si sarà fieri e quella provata in una rissa che ha portato con sé solo male, diventi palpabile. I ragazzi parlano di adrenalina buona e adrenalina cattiva, confrontando i diversi stati d’animo.
Ma la cosa più importante è che, dopo un’impresa difficile di cui si va fieri, si ha voglia di fare per sé altre cose belle, di recuperare vecchi sogni, già messi nel cassetto. “Io volevo diventare un motociclista”, “Io un campione di calcio”, “Io volevo finire gli studi, non farmi espellere dalla scuola… E se recuperassi?”. “Ma che cosa hai combinato per finire in Messa alla prova” - chiedo talora - “Ho fatto una cosa brutta, e non la voglio fare più” gli occhi si abbassano, la cosa brutta non viene specificata, ma l’importante è che non sia più ripetuta, che l’esperienza della perdita della libertà assoluta, cosi intesa, si riveli utile. Ho l’impressione che spesso “le vittime” siano altri ragazzini, che tra gli aggressori e gli aggrediti ci sia la stessa provenienza di classe.
Tutti vogliono soldi, e pochi di questi giovani provengono da ambienti dove i soldi si guadagnano con il duro lavoro. Ma un lavoro bello, che dia un guadagno sicuro, soldi “legali” (così dicono) è sempre in cima ai desideri e così ecco che la montagna diventa un facilitatore: dopo ascensioni e discese fatte per piacere, si scopre che c’è un lavoro che le utilizza, si può entrare nell’edilizia in sospensione. È un lavoro che attira e il CeVe è lì a formare i ragazzi. I corsi costano cari, ma questa volta paga il finanziamento regionale. Si fa il corso, si accendono speranze fondate di poter lavorare con soddisfazione. Gli occhi brillano. Il lavoro può salvare una vita dalla delinquenza, la montagna può dare gratificazione, gioia, pace.
Guardo i ragazzi, i volti ancora quasi infantili. Non si può permettere che si perdano ancora prima di essere diventati uomini. La tenerezza che suscitano va coniugata con il senso di giustizia. La montagna non fa sconti a nessuno, ma si lascia conquistare da chi si allena tenacemente, provando e riprovando, mettendosi alla prova.










