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di Italo Di Sabato

comune-info.net, 21 giugno 2026

Le discussioni nate negli ultimi mesi attorno alla giustizia, al referendum costituzionale e alla repressione delle lotte sociali hanno riportato al centro una questione che una parte della sinistra continua a rimuovere: il rapporto tra magistratura, conflitto sociale e cambiamento politico. Il punto non è difendere i potenti, né negare reati o responsabilità individuali. Il punto è un altro: capire se la trasformazione della società passi dalla costruzione di rapporti di forza dal basso o dalla delega salvifica al potere penale. È una questione decisiva. C’è una scorciatoia che da oltre trent’anni attraversa la politica italiana e che continua a riemergere ogni volta che l’opposizione appare debole, priva di radicamento sociale e incapace di parlare al Paese reale.

È l’idea che il cambiamento possa arrivare non dalle lotte, dalla mobilitazione collettiva, dalla costruzione di alternative sociali e politiche, ma dall’intervento della magistratura e dalla spettacolarizzazione giudiziaria.

Quando manca la politica, entra in scena il moralismo giudiziario. Le inchieste diventano surrogato dell’opposizione, gli avvisi di garanzia prendono il posto del programma, le intercettazioni sostituiscono l’analisi sociale, il provvedimento cautelare diventa titolo politico. Il dibattito pubblico smette di interrogarsi su salari, precarietà, guerra, sanità, scuola, devastazione ambientale, repressione del dissenso, e si concentra sullo scandalo del giorno. La giustizia penale viene caricata di una funzione impropria: supplire alla crisi della rappresentanza. Ma la magistratura non può sostituire la politica. E quando ci prova, o quando altri pretendono che lo faccia, il risultato non è la rigenerazione democratica: è l’impoverimento della democrazia. Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna guardare alla storia recente del Paese. La centralità assunta dalla magistratura nella vita pubblica italiana non nasce oggi. È il risultato di un lungo processo.

Gli strumenti giudiziari d’eccezione costruiti per affrontare la stagione della conflittualità sociale e politica degli anni Settanta, la lunga stagione delle leggi penali speciali e dei maxiprocessi che hanno attraversato gli anni Ottanta, l’espansione dei poteri investigativi e la progressiva centralità delle procure hanno trasformato la magistratura in qualcosa di più di un semplice apparato dello Stato. Nel corso degli ultimi quarant’anni essa è diventata uno dei principali attori della vita politica italiana, spesso investita del ruolo di interprete di un interesse generale che la politica appariva incapace di rappresentare.

La svolta decisiva arriva però con Tangentopoli. Molti di coloro che vissero quella stagione erano convinti di assistere a una rigenerazione morale del Paese. Pochi compresero che, insieme al crollo del sistema politico della Prima Repubblica, stava prendendo forma un nuovo paradigma culturale. Il modello del capro espiatorio sostituiva progressivamente la critica dei rapporti di potere. Le responsabilità collettive lasciavano il posto alle colpe individuali. I problemi sociali venivano tradotti in questioni penali. La politica smetteva di essere il terreno della trasformazione per diventare il luogo della colpevolizzazione.

Da quel momento prende forma una cultura pubblica che attraversa destra e sinistra, alimentando le ideologie del rancore, del vittimismo e della punizione. Lo spazio del conflitto sociale si restringe mentre si espande quello del conflitto giudiziario. Si smette di discutere di redistribuzione della ricchezza, diritti sociali, rapporti di produzione, democrazia economica. Si comincia a discutere quasi esclusivamente di reati, colpevoli, manette e processi. L’orizzonte della trasformazione sociale viene progressivamente sostituito dall’orizzonte della punizione.

Se in passato l’obiettivo era conquistare diritti universali e migliorare le condizioni materiali di vita della collettività, ora il luogo simbolico della giustizia diventa il tribunale. Si cerca riscatto nelle aule giudiziarie invece che nelle lotte sociali. Si immagina il cambiamento come risultato di una sentenza piuttosto che di un rapporto di forza. Si osserva la realtà attraverso le lenti dell’ideologia penale.

È qui che il giustizialismo incontra il proprio limite storico. Perché la proliferazione delle norme penali, l’espansione dei poteri repressivi e la continua ricerca del colpevole non hanno prodotto una società più giusta: hanno prodotto una società più punitiva. Una società nella quale il carcere sostituisce il welfare, la repressione prende il posto della politica sociale e il diritto penale diventa la lingua ordinaria del governo.

Il mito salvifico della magistratura ha finito così per cancellare ogni critica del potere. Trasformando la politica nel cimitero della giustizia sociale e consegnando al penale problemi che avrebbero richiesto redistribuzione, partecipazione democratica e conflitto collettivo. Ma la magistratura resta, nella sua funzione fondamentale, un apparato dello Stato. Può essere attraversata da sensibilità diverse. Può contenere magistrati democratici, progressisti, garantisti. Può persino produrre decisioni importanti per la tutela dei diritti. Ma la sua funzione fondamentale resta quella di garantire l’ordine giuridico esistente che non coincide necessariamente con la giustizia. Anzi, molte delle più importanti conquiste democratiche della storia sono nate proprio dalla rottura della legalità vigente.

Lo sciopero era illegale. Le occupazioni delle fabbriche erano illegali. Le lotte contadine erano illegali. La Resistenza era illegale. Persino gran parte delle mobilitazioni che hanno allargato i diritti civili e sociali si sono sviluppate in aperto conflitto con norme considerate allora perfettamente legittime. Ogni trasformazione reale ha attraversato una tensione tra legalità e giustizia. Questa contraddizione torna oggi con forza. Perché mentre si celebra la legalità come valore assoluto, si modifica continuamente il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. I decreti sicurezza rappresentano esattamente questo passaggio: non si limitano a punire comportamenti già considerati reato, ma trasformano in materia penale pratiche che appartengono storicamente al repertorio delle lotte sociali. Bloccare una strada durante uno sciopero, organizzare una resistenza passiva, sostenere una cassa di solidarietà, manifestare in forme conflittuali, interrompere il funzionamento di infrastrutture considerate strategiche: azioni che hanno accompagnato per decenni le mobilitazioni operaie, studentesche e territoriali vengono oggi ricondotte dentro una logica di ordine pubblico e sicurezza.

Non è un caso che, parallelamente all’espansione dello Stato penale, si moltiplichino le inchieste contro chi si oppone alla guerra, contro i movimenti per la Palestina, contro i sindacati di base, contro i movimenti territoriali e le realtà antagoniste. Pisa, Torino, Bologna, Genova raccontano tutte la stessa storia. A Pisa decine di attivisti vengono trascinati in un unico procedimento per mesi di mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. A Torino il teorema costruito contro Askatasuna ha cercato di trasformare un’esperienza politica e sociale in un’associazione criminale. A Bologna e Genova si susseguono denunce, misure preventive, fogli di via e procedimenti che colpiscono soprattutto chi organizza solidarietà, conflitto e opposizione alle politiche di guerra.

La magistratura non inventa queste norme: le applica. Ma proprio per questo diventa uno degli strumenti attraverso cui l’ordine politico vigente difende sé stesso e restringe gli spazi di agibilità democratica. Per questo chi lotta conosce la magistratura da una prospettiva diversa rispetto a chi la osserva dai salotti televisivi. La conosce attraverso i fogli di via, le misure preventive, i processi, le denunce, le perquisizioni, le accuse associative, i sequestri. La conosce dalla parte degli imputati.

Le vicende di Pisa, di Torino, delle mobilitazioni per la Palestina, delle lotte territoriali, dei picchetti operai e delle campagne contro il riarmo non sono anomalie. Sono la manifestazione ordinaria di una funzione che l’apparato giudiziario ha sempre svolto quando il conflitto sociale supera i confini considerati accettabili. Non perché esista una congiura, semplicemente perché il diritto è uno dei terreni attraverso cui si organizza il potere. Ed è qui che emerge la contraddizione di una certa sinistra.

La stessa area politica che difende la magistratura come baluardo democratico assiste spesso in silenzio alla criminalizzazione dei movimenti sociali. Esalta le procure quando colpiscono l’avversario politico ma scopre improvvisamente il garantismo quando la repressione tocca i propri mondi di riferimento. È una contraddizione destinata a esplodere. Perché nel momento in cui il conflitto sociale torna ad affacciarsi sulla scena pubblica - dai portuali che bloccano le armi ai movimenti contro il genocidio, dalle lotte per la casa alle mobilitazioni contro i decreti sicurezza - il dispositivo penale torna a mostrare il proprio volto reale.

Non è costruito per proteggere il conflitto. È costruito per governarlo. Ed è proprio qui che il giustizialismo mostra il suo limite più profondo. Non solo perché alimenta la sacralizzazione della magistratura e la delega alla repressione. Ma perché contribuisce a rafforzare la convinzione che i problemi sociali possano essere risolti attraverso la punizione. Da questa cultura nasce lo Stato penale. Nasce l’idea che alla povertà si risponda con il carcere. Che alle migrazioni si risponda con i CPR. Che alle lotte sociali si risponda con i decreti sicurezza. Che al disagio si risponda con nuove fattispecie di reato. È la stessa logica che oggi alimenta la criminalizzazione del dissenso.

Per questo il problema non è scegliere quale magistrato applaudire e quale criticare. Il problema è ricostruire un’autonomia della politica, dei movimenti e del conflitto sociale rispetto all’universo penale. Non serve una sinistra che aspetta la prossima inchiesta. Serve una sinistra che torni a organizzare la società. Perché i diritti non sono mai stati regalati da una sentenza. Sono stati conquistati da donne e uomini che hanno saputo mettere in discussione l’ordine esistente, anche quando quell’ordine si presentava sotto le forme rassicuranti della legge. E forse è proprio questa la domanda che il presente ci pone: vogliamo continuare a delegare la trasformazione della società ai tribunali oppure vogliamo tornare a costruirla nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nei territori e nei conflitti reali?