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di Orazio Abbamonte


Il Roma, 12 maggio 2020

 

L'Italia è un Paese che da sempre stenta a prendere coscienza di sé, preferendo ipocrisie, falsificazioni, deformazioni fiabesche della realtà, nelle quali sguazza, anche mentre sta affogando. È montata la vicenda di Francesco Basentini: il Direttore del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, magistrato anche lui, ma finito nelle logiche un tantino contorte dell'ordine giudiziario. Dove recitano prime donne, comprimari e comparse in intrighi d'ogni sorta, caso Palamara docet.

Di cos'è accusato il Basentini? Appena appena, d'aver promosso l'uscita di boss della criminalità organizzata dalle carceri. Perché? Questo è il bello. Si dovrebbe cominciare col sapere che il Direttore del Dap non ha il potere di togliere i ceppi nemmeno ad una mosca se condannata. Per questo c'è solo il magistrato di sorveglianza che decide, godendo dell'invidiabile autonomia del Giudice. Ma voglio andare al di là delle forme.

La cosa non mi convinceva, ed ho perciò cercato di capire, impresa quasi impossibile, nell'informazione italiana. Nessuno gli ha contestato una qualche precisa condotta: solo che Basentini - magistrato che conobbi a Potenza dov'era Aggiunto in Procura, e per il quale non ho il benché minimo trasporto - avrebbe favorito l'uscita dalle carceri repubblicane di pericolosi boss. Come? Bah, perché ha inviato una circolare alle Direzioni dei patri penitenziari, affinché fosse comunicato "con solerzia all'autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza, il nominativo del detenuto che ha una serie di patologie o che ha più di 70 anni, nessuno escluso".

In pratica, in piena emergenza Codiv-19, il responsabile amministrativo delle carceri italiane - dopo la rivolta di un mese fa - ha disposto che, per evitare ulteriori contagi, si portasse all'attenzione dell'Autorità Giudiziaria competente, la situazione di soggetti che fossero ad alto rischio di rimetterci le penne in contesti potenzialmente contagiosi. L'Autorità giudiziaria ha vagliato - suppongo con la consueta durezza, della quale ho buona notizia - e nei casi estremi, quando si fosse alla fine della pena o in presenza di buona condotta e, soprattutto, a rischio della pelle, deve avere deciso di mandare alcuni criminali ai domiciliari - non a passeggio, ai domiciliari - immagino anche sottoposti a varie forme di occhiuto controllo.

Di cosa è accusato, dunque, l'ex Direttore delle carceri? D'avere svolto il suo dovere, attivando le competenti articolazioni dell'Amministrazione penitenziaria, per salvaguardare la salute dei detenuti: insomma, di non nascondere la realtà che doverosamente la legge vuole sia esposta al Giudice di sorveglianza. Ed i giudici hanno deciso, in determinati casi, per i domiciliari, sempre nell'emergenza Codiv-19.

Singolare coincidenza: in questi stessi giorni il pm siculo Nino Di Matteo (oggi consigliere Csm) - in una trasmissione televisiva, non riferendo ad autorità competenti, ma alla poco informata "opinione pubblica" - ha messo in correlazione la sua mancata nomina due anni or sono a Direttore del Dap (gli fu preferito giustappunto il Basentini), con la presunta ostilità che nei confronti della propria candidatura avrebbe manifestato la criminalità organizzata, come s'evincerebbe da intercettazioni che due anni fa circolavano in ambienti investigativi.

A parte l'opinabile appropriatezza del servirsi, in pubblica trasmissione, d'informazioni acquisite - ipotizzo - grazie alla propria condizione d'investigatore, quanto affermato dal Di Matteo ho il dubbio possa meritare la qualificazione di calunnia. Perché non d'un mero fatto si tratta, bensì d'una ricostruzione realizzata sulla scorta del rudimentale criterio epistemologico del post hoc propter hoc: siccome c'era l'ostilità dei boss (sempre sia vero), non io, bensì il Basentini fu nominato al Dap.

Non è cosa da poco accusare il ministro della Giustizia d'un simile malestro. E poi, altra coincidenza, nel mentre il Di Matteo forniva dopo due anni siffatta, succosa rilevazione, il Basentini era accusato d'aver favorito (nel modo detto) la scarcerazione dei boss, confermando, mi sembra debba intendersi, la correlazione avanzata dal Di Matteo.

Per parte sua, il ministro della Giustizia - improbabile nel ruolo ed indifeso per il suo essere - in luogo di valutare una querela, si prova anche a far rientrare gli scarcerati nelle galere, dimèntico che la cosa non dipende da lui, ma dalla Magistratura di sorveglianza. Ma che razza di Paese a testa in giù è mai questo? Aggiungi che le forze tradizionalmente garantiste ed anti-forcaiole - le cosiddette destre - hanno sùbito messo sulla graticola il Bonafede, non perché non avrebbe mai dovuto ascendere al grado austero del Guardasigilli, bensì perché accusato da un magistrato tra i più avanzati nella cultura del sospetto e tra quelli che più d'ogni altro quest'oggi potrebbero meritare la collocazione tra i professionisti dell'antimafia, categoria, peraltro, anche molto apprezzata e, perché no, apprezzabile, secondo certi criteri.

Ma un Paese che vive in una tale gelatinosa commistione d'opportunismi, falsità, confusione, indifferenza verso il serio esame della realtà, che speranze avrà poi mai di costruire qualche solida istituzione e fondare il suo futuro su d'un serio esame dei propri, incancreniti problemi?

Nel decreto che serve a restituire liquidità agli italiani, c'è una norma della quale s'avvertiva assai grave l'urgenza: la proroga di due anni per il servizio dei magistrati. Ed il dr. Pier Camillo Davigo, promotore dell'elezione del Di Matteo al Csm e guida carismatica, è sull'orlo della pensione. Post hoc propter hoc.