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di Luca Ricci

La Stampa, 18 maggio 2026

Come nel romanzo di Camus, anche il ritratto di Salim ci parla di solitudine. Siamo un popolo diviso e impoverito: così ogni luogo può diventare polveriera. Sembrerebbe la follia l’unico movente di Salim El Koudri. Non ci sarebbe altra ragione per spiegare ciò che ha fatto, il motivo per cui è piombato con una Citroën in una via dello shopping modenese e adesso deve rispondere dell’accusa di strage e lesioni aggravate. Sebbene la dinamica ricordi un attentato jihadista, Salim El Koudri non risulta radicalizzato ed è a tutti gli effetti un cittadino incensurato (di origine marocchina, è nato e cresciuto in Italia).

Per di più, i risultati dei test per droga e alcol hanno dato esito negativo. Resta quindi la pista dello squilibrio psichico, visto che dal 2022 al 2024 è stato in cura in un centro di salute mentale. Tuttavia il sindaco di Modena ha dichiarato che era un ragazzo tranquillo, non problematico, e non risulta che sia mai stato sottoposto a un Tso, segno che i suoi problemi non erano mai degenerati in escandescenze. Si tratterebbe quindi di una follia che da sola non può dirci e spiegarci tutta la storia. Per evitare le letture più superficiali e le strumentalizzazioni politiche a cui questa tragedia si presta, converrà appigliarci alla letteratura.

Nel capolavoro di Albert Camus “Lo straniero”, un uomo qualunque, tal Meursault, uccide un arabo sulla spiaggia di Algeri senza nessun movente se non un riflesso di sole negli occhi (futile motivo, lo chiameremmo forse oggi). Successivamente, dopo un regolare processo, accetta di buon grado la condanna a morte. Primo elemento: Meursault ha un lavoro modesto, non ha un riconoscimento sociale gratificante, appartiene a una maggioranza indistinguibile; secondo elemento: Meursault non è pazzo, bensì alienato, intrattiene un rapporto straniato con la realtà che lo circonda, è ammalato di solitudine.

Questo ritratto non ricorda soltanto Salim El Koudri (dalle stringate note biografiche apprendiamo che era laureato in economia ma disoccupato, e viveva da solo a Ravarino, un paese in provincia di Modena), ma purtroppo anche tutti noi. Sulla modestia delle nostre condizioni sociali non c’è neanche da soffermarcisi: rendite di posizione o miseria, sanità privata o attese infinite, sottomessi a economie straniere che entrano nel Paese non per convivere ma per colonizzare, pensioni al collasso e natalità zero. Siamo un popolo peggio che povero - cioè senza quella vitalità dei Paesi poveri da sempre - ma impoverito: ciò ci rende lividi e malmostosi, incapaci di fare comunità (al massimo, comunella).

Sulla alienazione, basta sostituirla con una parola altrettanto terribile e più contemporanea: “virtualità”. Non è forse vero che viviamo per la maggior parte del tempo con la testa china sui nostri telefonini? E che cos’è questa se non la più grande segregazione a cui la nostra società sia mai stata sottoposta? L’aspetto più grottesco è che ce la siamo auto imposta. Ognuno di noi pare sceglierla liberamente. Non siamo mai stati più connessi eppure non siamo mai stati più soli. Visto che abbiamo traslocato in questa landa fittizia, chimerica, sintetica (lontanissima dai Paradisi artificiali invocati da Charles Baudelaire - semmai sono inferni), nel frattempo la società materiale e tangibile ha cambiato la propria natura: non è la virtualità un appendice della realtà, ma il contrario. La realtà, ad esempio quella delle città italiane, serve solo come generatore di foto Instagrammabili (orrido neologismo che segnala uno sfacelo). L’esperienza diretta della vita è meno eccitante della pubblicazione dei suoi tristi simulacri. Tirando le somme: in questo loop di miseria e solitudine qualsiasi luogo può diventare una polveriera. Sì, perfino Modena. Ci diranno e ci diremo che Salim El Koudri è un folle, una variabile imprevedibile che poteva abbattersi ovunque e comunque. Sarà vero ma è solo la parte più evidente e più tragica di una storia che ci riguarda tutti molto più da vicino di quanto siamo disposti ad ammettere.