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di Stefano Musolino* e Giovanni Zaccaro**

Il Manifesto, 6 marzo 2026

Il garantismo non c’entra niente, anzi, le garanzie per i cittadini saranno sempre meno. Il disegno si inserisce nell’epoca delle democrature e delle torsioni securitarie. Siamo i primi a riconoscere i problemi, infrastrutturali e culturali, della giustizia italiana e la sempre più diffusa tendenza della giurisdizione a conservare lo status quo piuttosto che dare risposte adeguate alle diverse, crescenti, multiformi richieste di giustizia che la società contemporanea pone. Nessuno di questi temi è però affrontato dalla riforma Nordio, che non guarda alla giurisdizione come servizio ma come potere e ne riforma l’assetto interno ed il suo rapporto con gli altri poteri dello Stato.

La riforma, dietro l’etichetta della separazione delle carriere dei pubblici ministeri da quella dei giudici, nobile e forse anacronistica battaglia di parte dell’avvocatura penalistica e dei garantisti italiani, nasconde il disegno di incidere sull’autonomia e la indipendenza dei magistrati attraverso la frammentazione e l’umiliazione del Consiglio Superiore che, finora, in concreto le ha garantite.

Negli ultimi tempi, tuttavia, il tema della separazione delle carriere è scomparso dall’orizzonte, il ruolo delle camere penali e dei radicali italiani nel dibattito pubblico si è ridotto al lumicino e la maggioranza politica che ha sostenuto la riforma Nordio ha trasformato la campagna referendaria in una continua delegittimazione del potere giudiziario e di ogni forma di controllo di legalità, addirittura utilizzando quale strumento propagandistico la accusa ai magistrati di essere troppo indulgenti con i delinquenti di strada e gli stranieri. Insomma, dietro l’etichetta garantista, la campagna del Sì ha assunto una connotazione palesemente forcaiola.

Noi siamo, comunque, fermamente convinti che la riforma Nordio non sia garantista ossia che la separazione delle carriere fra pm e giudici non aumenti le garanzie per i cittadini indagati ed imputati. La previsione di una carriera separata, di una formazione professionale separata, di un Consiglio superiore separato con valutazioni di professionalità e nomine separate trasformerà i pubblici ministeri in un corpo autoreferenziale, del tutto inedito nel panorama internazionale, dotato delle guarentigie dei magistrati ma anche delle prerogative ulteriori di guidare la polizia giudiziaria, esercitare l’azione penale, essere i primi ad avere rapporti con la stampa e sostenere l’accusa in giudizio con buona pace dell’obiettivo dichiarato di raggiungere la parità nel processo fra chi accusa e chi difende.

La previsione di un pubblico ministero, separato dalla nascita dal giudice, privo - sin dagli esordi professionali - di una comune pratica del dubbio nell’esercizio del terribile potere che ciascun magistrato esercita, è particolarmente preoccupante per chi, per davvero, tiene ai diritti di difesa ed alle garanzie, soprattutto in quest’epoca in cui si assiste alla torsione securitaria del diritto penale ed alla diffusa idea che le indagini ed il processo servano a controllare e sanzionare il disagio sociale, economico, individuale piuttosto che ad accertare le responsabilità penali.

Ma il vero obiettivo della riforma Nordio sono l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che viene palesemente descritta come un ostacolo all’azione di governo e come un nemico della Nazione solo perché si ostina ad affermare i diritti e le garanzie di tutti. Si vuole una magistratura gregaria delle maggioranze di turno, che non disturbi il manovratore, che garantisca l’ordine pubblico ma chiuda gli occhi sui potenti. Certamente, autonomia e indipendenza rimangono riconosciute a parole ma i principi rimangono vuote declamazioni se non sono garantiti in concreto. E anzi, le esperienze delle democrature (da Orbàn a Trump) non si fondano sull’attacco diretto ai principi costituzionali, quanto piuttosto sull’indebolimento delle istituzioni, a vantaggio di un unico centro di potere autoritario. La riforma persegue questo obiettivo svilendo il ruolo e la autorevolezza del Csm.

I costituenti crearono il Csm come organo misto, composto da magistrati eletti da altri magistrati e da professori ed avvocati eletti dal Parlamento, una felice intuizione per evitare il rischio che il potere giudiziario venisse eterodiretto ma anche per evitare una corporazione autogestita. La riforma Nordio spezza questo sapiente equilibrio prevedendo che la componente dei magistrati non venga eletta ma sorteggiata. Il sorteggio in luogo del voto è un palese sfregio alla Costituzione, un pericoloso precedente in un’epoca in cui si teorizza la democrazia senza partecipazione, la cifra della natura punitiva e rancorosa della riforma. Il sorteggio spezza, per espressa dichiarazione dei riformatori, il rapporto fra la base magistratuale ed il Csm, elidendone - almeno dal punto di vista simbolico- ogni valore e ruolo di centro motore della politica giudiziaria, per ridurlo a mero, imbelle organo amministrativo.

Ancora una volta l’obiettivo è depotenziare gli organi di controllo e garanzia, di mortificarli a fronte degli organi investiti della sovranità popolare, di umiliare ed annichilire le associazioni dei magistrati, e fra tutte soprattutto le nostre, le “correnti” più attive nell’elaborazione di un pensiero giuridico critico e di una prassi giurisprudenziale orientata alla Costituzione ed alle Convenzioni internazionali. Noi saremo invece, comunque, sempre impegnati, insieme agli avvocati, ai professori, ai cittadini che si sono mobilitati in queste settimane, per difendere il modello costituzionale di giurisdizione e prevenire ogni rischio di deriva burocratica e corporativa della magistratura italiana, non già a tutela nostra, ma dei diritti di tutti, specie di quelli meno garantiti e meno abbienti.

*Segretario nazionale di Magistratura democratica

*Segretario nazionale di Area democratica per la giustizia