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di Massimo Recalcati

La Stampa, 13 maggio 2022

La diagnosi di Pasolini sulla televisione nell’Italia degli anni Sessanta-Settanta era severa: asservita al nuovo tecno-fascismo, operava uniformando conformisticamente le coscienze al “sistema dei consumi”. Una nuova religione - quella pagana e permissiva del consumo compulsivo - trovava in essa il suo megafono ideologico. I vari talk show che hanno oggi monopolizzato il dibattito politico nel nostro paese rivelano il carattere datato di questa diagnosi.

Al centro adesso non è più il bavaglio del dissenso, ma la meschinità cinica dell’audience. Anche su grandi temi come quelli della pandemia e della guerra si è imposta la tendenza a subordinare l’importanza dei contenuti alla macchina commerciale. Perché nel tempo della pandemia veniva dato uno spazio sproporzionato a una sparuta minoranza di no-vax? Non mi riferisco alle legittime critiche nei confronti delle misure sanitarie approvate dal governo, ma alle tesi che sostenevano l’esistenza di complotti improbabili o alla sottovalutazione irresponsabile della minaccia del virus. E perché oggi, unico esempio in Occidente, la nostra televisione offre così facilmente la sua tribuna a opinionisti apertamente filo-putiniani, anti-occidentali o a giornalisti militanti del regime di Putin, quando non addirittura ai suoi più eminenti rappresentanti politici? Davvero sarebbe in gioco la difesa del pluralismo? Davvero il contraddittorio in questi casi sarebbe al servizio della libertà di opinione? La risposta mi pare più semplice e ripugnante: funziona in termini di share.

Non importa se a parlare del Covid venivano invitati giornalisti, attori, cantanti, comici in declino o professori, tutti in cerca spasmodica di visibilità mediatica, a farneticare, senza competenze adeguate, sulla pandemia, sulla validità della vaccinazione, sulle proprietà clinico-terapeutiche del vaccino, ecc. In quel modo è avvenuta la codificazione di un metodo che si sta riproponendo sul tema della guerra in forma integrale: sono le stesse facce che sostenevano le più improbabili tesi sulla pandemia e sui retroscena complottisti - con qualche aggiunta francamente farsesca - a girovagare sugli schermi televisivi teorizzando in funzione filo-russa e anti-Nato.

La constatazione cinica è la stessa: funziona. Il meccanismo del conflitto agonico tra tesi contrapposte sollecita un’attrazione irresistibile. In termini psicoanalitici si tratta di una proiezione inconscia dell’aggressività degli spettatori. E’ in piccolo quello che accade in grande con la guerra. Esiste una torbida attrazione umana per lo scontro, la violenza, il conflitto, la lotta a morte, la contrapposizione bellica. L’aspetto preoccupante è che sempre più la nostra televisione si presta ad alimentare questa logica primitiva facendo molto spesso scivolare dietro le quinte i contenuti del dibattito. Ma essa non dovrebbe informare, favorire la formazione delle libere opinioni, dibattere. “E’ proprio quello che intendiamo strenuamente difendere!”, rispondono allarmati i conduttori dei talk-show invocando il conflitto delle interpretazioni come anima della democrazia di cui la televisione dovrebbe garantire l’esercizio, pena il ripristino autoritario e inaccettabile della censura.

Dunque, secondo questo ragionamento, sarebbe corretto invitare a un dibattito sulla pedofilia un pedofilo praticante? Sulla Shoah uno storico negazionista? Sul futuro del nostro sistema solare un terrapiattista? Non si vede qui il confine che deve differenziare un dibattito democratico dalla mera propaganda ideologica? Consentire l’affermazione televisiva che il Covid è solo una invenzione delle grandi case farmaceutiche o che l’Ucraina è un paese nazista non significa avvalorare il conflitto delle interpretazioni, ma dare credito a mere falsificazioni ideologiche. Non si vede la differenza? Impedirne la visibilità mediatica sarebbe una forma di censura o il presidio della soglia simbolica che distingue le diverse interpretazioni dagli slogan della propaganda. Di fatto quello che sta accadendo è che nel nome del contrasto nei confronti del pensiero unico, del mainstream, ecc, si attribuisce autorevolezza e competenza a personaggi che solo l’apparizione televisiva abilita nel ruolo autorevole di opinionisti. Per questa ragione la presa di parola anche per pochi secondi in talk show sempre più affollati e caotici, con ritmi di pensiero twitter, risulta vitale e da costoro perseguita con autentico spirito di abnegazione (sic!). Questo nel migliore dei casi. Nel peggiore, invece, dare credito a giornalisti russi di regime o a sostenitori occidentali della tesi putiniana che l’Ucraina è un paese nazista che deve essere denazificato, espone quella tribuna a diventare essa stesso strumento letale di propaganda. Accadrebbe lo stesso se essa fosse affidata a un pedagogo pedofilo. Sebbene l’audience ne guadagni, naturalmente.