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di Giulia Belardelli

huffingtonpost.it, 8 marzo 2023

È una guerra tra poveri quella che nelle ultime settimane sta facendo precipitare la Tunisia in una spirale di paura e violenza, con potenziali conseguenze esplosive per il paese nordafricano geograficamente più vicino all’Italia. La promessa democratica nata con la rivoluzione dei Gelsomini è stata ormai definitivamente calpestata dalla svolta autoritaria del presidente Kais Saied, che si ritrova sempre più in difficoltà nell’affrontare una crisi economico-finanziaria devastante. Da qui bisogna partire per comprendere la caccia ai migranti subsahariani che si è aggravata nel paese dopo l’invettiva del presidente contro le “orde di irregolari”, accusati di minacciare la “composizione demografica della Tunisia” e commettere “violenze, crimini e pratiche inaccettabili”. Le parole di Saied hanno aperto un vaso di Pandora che si è materializzato in un aumento delle aggressioni di matrice razzista ai danni di migranti subsahariani.

A seguito dei commenti xenofobi fatti da Saied, la Banca mondiale ha deciso di sospendere i colloqui sul suo futuro impegno con la Tunisia. Un impegno di cui però il governo tunisino ha disperatamente bisogno, dato il tracollo economico alle porte. Il presidente uscente della Banca mondiale, David Malpass, ha affermato che la tirata di Saied ha contribuito a incoraggiare “molestie di matrice razzista e persino violenze” e che l’istituzione ha rinviato un incontro programmato con la Tunisia a data da destinarsi. “Data la situazione, la direzione ha deciso di sospendere il Country Partnership Framework e di ritirarlo dalla revisione del consiglio di amministrazione”, si legge nella lettera allo staff firmata da Malpass.

I fenomeni di razzismo nei confronti dei migranti in Tunisia non sono nuovissimi, ma di sicuro sono peggiorati negli ultimi mesi, soprattutto dopo le dichiarazioni del presidente il 21 febbraio. Quelle parole hanno creato un clima di paura all’interno delle comunità africane del paese. Un video ampiamente condiviso online mostra persone cacciate dalle loro case, i loro averi gettati per strada. Una madre guineana con tre figli ha raccontato di essere stata presa a sassate mentre andava a procurarsi del cibo per la sua famiglia. Anche i tunisini dalla pelle scura sono stati presi di mira, ha detto l’attivista Saadia Mosbah, che presiede l’associazione antirazzista M’nemti.

I governi africani hanno risposto evacuando dalla Tunisia centinaia di loro cittadini negli ultimi giorni. Sabato due aerei hanno trasportato circa 300 persone dalla Tunisia ai loro paesi d’origine (Mali e Costa d’Avorio), e circa 50 guineani sono stati evacuati all’inizio della settimana su aerei noleggiati dai loro governi, secondo i media tunisini. Altre centinaia di persone si sono riversate nelle loro ambasciate per chiedere di lasciare la Tunisia.

“La notizia della sospensione dei negoziati con la Banca mondiale è la certificazione della deriva autoritaria della Tunisia, che sta avendo anche delle ripercussioni economiche complicate”, commenta per HuffPost Luca Barana, ricercatore IAI esperto in flussi migratori. “Questo cambia il ruolo di Tunisi a livello internazionale, dopo che per molti anni - a fronte del conflitto in Libia, della guerra in Siria, della regressione in Egitto - la Tunisia era considerata l’unica speranza democratica rimasta dopo le rivoluzioni del 2011. Oltre a questo, ci sono gli effetti della crisi economica e dell’inflazione. Probabilmente questa svolta razzista del presidente Saied è anche una mossa politica per recuperare consenso presso la popolazione interna, a fronte di difficoltà politiche ed economiche sempre più gravi: una sorta di riproposizione della guerra tra poveri che vediamo da anni anche in Europa nella retorica di molte forze politiche”.

Il governo tunisino sta cercando di dissipare le crescenti preoccupazioni internazionali per l’ondata di discriminazioni nei confronti degli africani subsahariani, dopo che lunedì anche l’UE ha messo in guardia contro l’incitamento all’odio nei confronti di persone in fuga da conflitti e povertà. Tunisi ha annunciato una serie di nuove, seppur limitate, misure per gli africani subsahariani che vivono nel paese. Queste includono una hotline per i migranti per segnalare eventuali violazioni dei loro diritti, assistenza medica e psicologica per tutti i migranti e nuovi permessi di soggiorno per studenti provenienti da altri paesi africani “per facilitare la loro permanenza sul suolo tunisino”. Un’altra misura elimina le multe per gli africani subsahariani i cui permessi di soggiorno sono scaduti, se accettano un programma di rimpatrio volontario. Nonostante le nuove misure del governo, le forze dell’ordine continuano a radunare persone prive di documenti di soggiorno. Il portavoce della Guardia nazionale, Houssemeddine Jbabli, ha dichiarato che 58 persone di nazionalità subsahariana sono state arrestate venerdì durante le operazioni di controllo dei documenti d’identità in diverse regioni. Sono stati accusati di essere entrati illegalmente in Tunisia dall’Algeria.

Secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, si stima che circa 21.000 immigrati subsahariani vivano in Tunisia, molti senza permesso di soggiorno, e molti si pensa che alla fine si dirigeranno verso l’Europa. “I flussi della Tunisia dal mese di novembre sono un po’ cambiati, nel senso che c’è stato un ribaltamento dei profili”, spiega ad HuffPost Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) per il Mediterraneo. “Prima, ad arrivare in Italia erano soprattutto i tunisini, tra l’altro di profili diversi rispetto agli anni passati: più nuclei familiari e un ceto medio-alto (professori universitari, commercianti e così via, un chiaro sintomo della crisi economica che già da tempo ha colpito il paese, soprattutto dopo il Covid). Da novembre in poi, la maggior parte degli arrivi ha riguardato invece i migranti subsahariani, soprattutto da Costa d’Avorio e Guinea, ma anche Mali: nazionalità che prima vedevano la Tunisia come paese di destinazione e non di transito. Negli ultimi mesi abbiamo visto un aumento di queste partenze verso l’Italia e l’Europa, sia per effetto della crisi economica (che sicuramente ha colpito in primis le parti più vulnerabili della società, quindi anche i migranti) sia per effetto di questa ondata di xenofobia e violenza contro i subsahariani e più in generale i neri”.

La svolta autoritaria e razzista della Tunisia è un elemento che l’Italia e l’Europa, probabilmente, preferirebbero non guardare, ma che rischia di diventare sempre più macroscopico. Per ora l’Italia continua a garantire il suo sostegno al governo tunisino sia nelle parole sia nei fatti. Il ministro degli Interni Matteo Piantedosi e il titolare della Farnesina Antonio Tajani sono stati a Tunisi il 18 gennaio scorso promettendo al governo tunisino più sostegni all’economia, in cambio di un maggiore impegno nel fermare le partenze verso l’Italia. Secondo il progetto The Big Wall di Action Aid, dal 2011 a oggi l’Italia ha speso 47 milioni di euro, 15 solo negli ultimi due anni, nel tentativo di rafforzare la guardia costiera tunisina. Solo poche settimane fa il governo italiano ha approvato una nuova fornitura, aggiudicata da Nissan Italia, al ministero degli Esteri di Tunisi per il contrasto all’immigrazione irregolare: si tratta di cento pick-up per un valore di oltre 3,6 milioni di euro. Come emerso dalla Relazione annuale 2022 dell’intelligence, l’Italia guarda con crescente preoccupazione gli arrivi dalla Tunisia, “una realtà che ha mille problemi e che non riesce più a contenere le partenze”.

In realtà, come spiega Di Giacomo (OIM), l’anno scorso dalla Tunisia sono arrivate solo 35mila persone, un numero assolutamente gestibile. “È vero che c’è stato un aumento degli arrivi in Italia via mare, ma stiamo sempre parlando di numeri gestibili. Non c’è un’emergenza numerica, mentre c’è senza dubbio un’emergenza umanitaria, perché abbiamo già 284 morti nel Mediterraneo centrale quest’anno rispetto ai 130 dell’anno scorso”. Quello che si apre è un ulteriore problema nella politica di esternalizzazione dei confini messa in atto dall’Italia e dall’UE. “Negli ultimi anni ci si è un po’ cullati nell’illusione che la Tunisia potesse essere un partner a cui esternalizzare sempre di più il controllo delle frontiere, perché un partner affidabile, tendenzialmente democratico, stabile e così via”, commenta Barana. “La collaborazione della Tunisia sui temi migratori era quasi data per scontata. In realtà abbiamo visto che non è così, anzi: avere un partner stabile non è garanzia che sia più accondiscendente nei confronti dei nostri interessi, quando si parla di riduzione dei flussi e aumento dei rimpatri. Ci sono stati svariati tentativi di portare la Tunisia a un tavolo sui rimpatri, soprattutto da parte italiana, non sempre con successo. In realtà la Tunisia già prima di queste vicende non rientrava nella definizione di porto sicuro, non avendo una legislazione in materia d’asilo. Ora, con questa svolta razzista delle istituzioni, ci rientra ancor meno di prima, anche nella sostanza”.

Se la Libia continua a essere un buco nero dei diritti umani, la Tunisia - soprattutto per i migranti subsahariani - rischia di trasformarsi a sua volta in un inferno. “Chiunque arrivi dalla Libia, anche se spinto da ragioni economiche, ha profili di vulnerabilità a causa della totale assenza di uno stato di diritto riguardo alla protezione dei migranti che vivono nel paese”, ricorda Di Giacomo. “Quella dalla Tunisia, invece, è sempre stata una migrazione di tipo economico: le persone, soprattutto tunisini, scappavano non perché vittime di violenza, ma per la situazione economica. In questo momento, le persone che arrivano dalla Tunisia cominciano ad avere un profilo paragonabile a quello della Libia, anche se le violenze lì sono sempre moltiplicate rispetto a quelle che al momento ci sono in Tunisia. È evidente che le persone che fuggono da questo clima di violenza non possono più essere considerate migranti economici. La questione, in verità, inizia a essere sfumata anche per gli stessi cittadini tunisini, vista la svolta autoritaria del governo e la repressione del dissenso. È un paese che va tenuto sotto stretta osservazione”.