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di Giuseppe Maria Berruti

Il Messaggero, 17 luglio 2023

La politica vive un interim. È affidata all’economia. La tesi della sovrastrutturalità del diritto riceve una conferma. Tutto oggi è subordinato alla compatibilità economica. I diritti non sono sentiti come costruzioni storiche corrispondenti a conquiste. Che si impongono ad altre ragioni dello stare insieme. I diritti sono diventati provvisori, sottoposti sempre alla verifica della loro sopportabilità finanziaria. Il Covid ha trovato questa realtà e l’ha esasperata. Perché anzitutto occorreva vivere, difendere, soprattutto non agire secondo schemi non protetti dalla malattia. La regola giuridica richiede razionalità, attenzione, e soprattutto socialità assoluta nella sua applicazione, tutti concetti che la difesa necessaria dal contagio ha reso retorici.

La tutela del lavoro, la pensione, la scuola, la sanità, e tutto ciò che fino ad ora si è considerato un diritto, ci appaiono ciò che forse sono sempre stati: traguardi. Che la Storia oggi sposta più avanti. Più lontano. Troppi anni di uso della forza della legge piuttosto che della ragionevolezza di cui deve essere intrisa, ci rendono colpevoli. Non si poteva uscire da tanti errori senza pagarli in un momento nel quale, invece, la consapevolezza della essenzialità dei diritti dovrebbe essere massima. E dimenticando di avere vissuto l’illusione di poter fare tutto con le leggi, con la politica. Perciò la politica oggi vive una fase dalla quale non uscirà semplicemente quando il Covid (come è già accaduto), oppure la crisi economica, si riterranno superati.

Il cambiamento è rapido. Non sappiamo quando il mercato, che vive della sua relazione di forza soprattutto quando crisi esogene, come una guerra, dettano la loro imprevedibilità, concederà una tregua. Non sappiamo quando torneremo a ragionare in termini di diritti, perché non abbiamo nessuna chiarezza del modello sociale condiviso che dovrebbe supportarli. I diritti che conosciamo sono diventati più deboli. E non abbiamo idea di quelli che dovrebbero sostituirli. Procediamo a sbalzi, alla ricerca di soluzioni che ci consentano di prendere fiato. Perché il baratro della perdita del lessico comune tra classi, categorie e generazioni, non è stato ancora superato.

In questo quadro si pone il disagio dei giuristi e dei giudici. Gli studiosi non hanno affrontato il problema della prevalenza delle tecnologie finanziarie sulle scelte dei governi. Non esistono ancora meditazioni utilizzabili per capire come affrontarne la velocità, e controllarne la responsabilità dentro schemi giuridici seri. Il tasto di un computer trascina danaro, marchi, imprese vere, dietro operazioni di cui si saprà sempre tardi, e sempre poco.

I giudici affrontano domande con strumenti vecchi. Applicano leggi che sappiamo tutti si dovranno superare. Sembrano, a volte, sacerdoti di una religione morta. E questa sostanziale inadeguatezza delle soluzioni sperimentate spinge qualche volta verso soluzioni stravaganti, personali perché contingenti, soprattutto estranee al controllo democratico sulla giustizia fondato sulla fedeltà alla legge, che è regola fatta da altri che non è il giudice.

Alla velocità del cambiamento occorre rispondere con attenzione alle debolezze. La solidarietà verso i più colpiti è la premessa di un processo di riforma credibile di tutto ciò che governa la nostra convivenza. Dobbiamo capire cosa e come cambiare perché, questa volta, davvero tutto cambi. Lo schema feudale che ci appartiene e si autoalimenta da secoli nel riconoscimento reciproco delle corporazioni, deve essere superato. Deve cambiare il Parlamento, deve cambiare la Magistratura, debbono essere riviste tutte le disordinate sovranità istituzionali. Per giungere ad uno schema di democrazia che renda controllabile ogni scelta. E sottragga la giustizia al ruolo di sversatoio dei problemi indotto a trovare soluzioni oggettivamente politiche. Stabilendo in modo moderno, oltre le ambiguità di una separazione dei poteri mai realizzata nella Storia, fino dove può spingersi il giudice nella creazione della regola del caso concreto. Dobbiamo, insomma, approfittare dell’interim, per ritrovare il ruolo dello Stato di diritto. Accettando di discuterne con pacatezza perché nulla nella Storia è risultato immutabile. In caso contrario, saremo preda del provvisorio.