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di Renato Farina

Libero, 24 aprile 2022

Si voterà tra meno di due mesi, ma non c’è un programma che ne parli. Non abbiamo messo la data nel titolo apposta. È una piccola provocazione. Quanti di voi sanno qual è il giorno in cui si voterà per i cinque referendum per la “giustizia giusta”, voluti dai Radicali e dalla Lega?

Chi scrive, e non è un vanto ma causa di costernazione, non lo sapeva neppure lui (lui, che poi sarei io). Eppure guardo regolarmente il Tg, seguo i talk non per piacere ma per mestiere. Ma quella data non la so, sì, è stata deliberata dal ministro Luciana Lamorgese, l’ho anche letta e sentita una volta, ma poi chi l’ha vista più? Sparita.

Mi consola Maurizio Turco, segretario del Partito radicale nonché esponente del Comitato per il sì, a cui confesso la mia ignoranza: “Non creda di essere il solo, non si batta il petto, non è colpa sua né della grandissima maggioranza degli italiani che ne sono all’oscuro”.

Non mi assolvo però, i giornalisti non hanno il diritto di non sapere: mi pento, e come dicono quelli dell’Agenzia delle Entrate, mi impegno per “il ravvedimento operoso” mettendo in funzione la sirena dell’allarme: qui ci stanno turlupinando, blocchiamo la manovra in corso. Rubando il concetto caro a papa Francesco, impediamo che vinca la “cultura dello scarto”, l’espulsione dall’agenda delle notizie del referendum, del quando, del come, e dei suoi contenuti rivoluzionari.

È in atto un abracadabra ipnotico teso a provocare, attraverso la non-informazione sistematica, l’idea della futilità dei quesiti affidati al popolo, la loro venialità presuntuosa, così da determinarne alla fin fine il fallimento peggiore che ci sia: non la vittoria dei “no”, ma il mancato quorum. Che sarebbe un modo per dire: fate voi, mettetevi d’accordo tra le varie caste che ci stanno sulla testa (e un po’ anche sulle balle).

Spiega Turco: “Da due mesi e mezzo si sa che ci saranno i referendum, ma il cosiddetto servizio pubblico, la Rai, si è ben guardato di informarne i cittadini e tanto meno di organizzare dibattiti sul tema. Se una società demoscopica facesse un sondaggio, sarebbe irrilevante il dato degli elettori a conoscenza della scadenza del 12 giugno. Mentre sappiamo benissimo che la stragrande maggioranza è per la riforma radicale della giustizia”.

Eccola la data: il 12 giugno. Manca poco e l’appuntamento è importante, ma nessuno lo sa, non si impostano programmi e dibattiti, che sarebbero persino interessanti, perché ne va della libertà e della serenità di 60 milioni di italiani. Invece si gioca a nascondino.

A mandare in malora il diritto degli italiani di intervenire direttamente quando le forze parlamentari sono bloccate da un colpo della strega che sul tema della giustizia dura da decenni e appare inguaribile, e anche il balsamo generosamente spalmato dal ministro Marta Cartabia, pare ormai, dopo essere stato piallato da M55 e Pd, una volonterosa aspirina per battere il cancro. Accidenti, la discussione su quella proposta di riforma era perfetta per incastrarsi con i temi referendari del 12 giugno. Niente. Disperso. Il 12 giugno! Sparito.

E come aver fissato la data delle nozze, e non aver messo fuori le dovute carte, essersi preoccupati degli inviti, del prete o del sindaco, non aver disdetto impegni e ferie. Una tecnica disonesta. Che però può contare sulla distrazione, tra i politici sostenitori del referendum, di questioni importanti ma che non dovrebbero impedire di occuparsi oltre che dell’Ucraina e del gas, anche dei Tribunali. Intanto, guerra sì guerra no, funziona, per lo sconforto della democrazia, l’asse peloso, tra il potere più forte che ci sia in Italia, quello della magistratura, in piena convergenza non solo con il M55, ma soprattutto con il Partito democratico che oggi controlla la Rai, e la sua linea editoriale, e trova eco perfetta in tutti i giornaloni.

Tutto questo per indurre la moria di quei benedetti quesiti. Invece di informare, infatti la Rai che fa? Insiste sul chiodo fisso dell’inno Bella ciao, che, almeno in Italia, ha un significato coincidente con le bandiere rosse e la rivendicazione di una resistenza comunista incompiuta. Nessuno che abbia fatto caso come da una settimana l’invasione dell’Ucraina da russa si è fatta sovietica, con tanto di statue di Lenin e garrire di bandiere rosse.

Venerdì sera la Rai ha proposto, quale anticipazione del 25 aprile, la glorificazione del celebre brano con una prima serata speciale con “Bella Ciao. Per la libertà”, in onda alle 21.20 su Rai 3. Una coproduzione Rai Documentari, Palomar Doc e Luce Cinecittà per la regia di Giulia Giapponesi, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna ed il contributo di Bper Banca”. Gran battage pubblicitario. Un fiasco. Il docu-film è stato seguito da 906.000 telespettatori pari al 4.2% di share. All’ultimo posto tra le sei reti più importanti.

Ma la linea è quella del Pd, indottrinamento sui suoi cardini propagandistici, cioè Bella ciao e bandiere rosse. La prova di chi comanda sta anche nel contratto immediatamente procurato a Marco Damilano, dopo le sue dimissioni melodrammatiche, dalla direzione dell’Espresso. Si parla di circa 50mila euro al mese per una striscia quotidiana su Rai3.

Non c’è nessuno più organico al cattocomunismo dem di Damilano, un prezzemolino rosso pallido su tutte le tivù. Questo silenzio e queste faccende sono un insulto per chi ha firmato i quesiti con diligenza: 1.235.000 cittadini, non proprio un gruppuscolo. Meritano rispetto, pagano pure il canone. Purtroppo, il più bello di tutti i quesiti, è stato ritenuto inammissibile dalla Corte costituzionale: serviva a ripristinare i risultati del referendum del 1988 sulla responsabilità civile dei magistrati in caso di errore per negligenza. Bocciato.

Ma i cinque che restano non sono male. Li ricordiamo in sintesi:

- la riforma del Csm;

- l’abolizione della legge Severino;

- freno agli abusi della custodia cautelare;

- la separazione delle funzioni dei magistrati;

- il voto degli avvocati nei consigli giudiziari sulla valutazione dei magistrati.