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di Andrea Malaguti

La Stampa, 14 aprile 2024

“Un giornale che è fedele al suo scopo si occupa non solo di come stanno le cose, ma di come dovrebbero essere”. - Joseph Pulitzer. Come dovrebbero essere le cose, allora? Per capirlo sono tornato a scuola. Alle elementari. Un istituto per mille e rotti ragazzini a Barriera di Milano, la periferia multietnica di Torino. Via Santhià, Istituto comprensivo statale Aristide Gabrielli. Un incrocio tra il circo da banlieue di Daniel Pennac e quello ipnotico di Roman Gary. Più un maestro, Guido Barilla, che avrei voluto averlo io in terza elementare. Ho pensato di andarci dopo che il parlamento europeo ha approvato il pomposo Nuovo Patto per l’Asilo e l’Immigrazione, una specie di marginale pasticcio rassicura-coscienze (eppure “storico” a sentire Bruxelles) che dice un sacco di cose discutibili, ma nella mia testa essenzialmente due.

La prima: i migranti vanno redistribuiti, ma se un Paese non li vuole paga una quota e buonanotte. Strana idea di solidarietà da mercato delle pulci, eppure a Giorgia Meloni piace. La seconda: anche i bambini da sei anni in su, vanno schedati e trattenuti ai confini dell’Europa con tanto di impronte digitali e foto segnaletiche. Prima del patto-pasticcio, per trattarli come criminali in nuce bisognava che ne avessero almeno 14 di anni. Era incivile lo stesso. Ma adesso di più.

Come ha scritto Giorgia Linardi su questo giornale: “siamo di fronte ad un accordo al ribasso sulla tutela dei diritti umani, in particolare del diritto di asilo e questo perché si continua a considerare la migrazione come un’eccezione, come un’emergenza, invece di riconoscerla come un fenomeno strutturale dei nostri tempi”. Mi rendo conto che soltanto a sussurrarle, certe frasi, si finisce nel calderone di quelli che “allora volete farli entrare tutti indiscriminatamente”. Ma è una fesseria talmente colossale, che corro volentieri il rischio. Forte anche di una frase che mi ha detto poche settimane fa Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, non un pericoloso comunista. In sintesi: “Parlano tutti dei rischi dell’intelligenza artificiale e pochi della vera questione che sta esplodendo sotto i nostri occhi: le grandi migrazioni dall’Africa”. Per inciso, il continente che Descalzi ama di più al mondo. Puoi fare patti, pattini e comizietti acchiappa voti, ma se non pensi che le pressioni demografiche e migratorie vadano gestite con umanità per evitare che ci saltino addosso, allora sei matto.

Con questi pensieri che ballano confusamente in testa vado all’istituto Aristide Gabrielli e dal maestro Guido Barilla. Mi accoglie dicendo: “c’è Lampedusa, poi ci siamo noi”. Mica gli dispiace stare sulla frontiera. Al contrario. È nato in Calabria e si è trasferito in Piemonte da ragazzino. Quando è arrivato qui - in questi sgarrupati alveari di cemento in cui non è chiarissimo chi e quante persone vivano in affitto, subaffitto e sub-sub-sub-affitto - lo chiamavano “mandarin”. Come chiunque non fosse nato tra la Mole e il Valentino. Mi porta nel museo del “Gabrielli” (al “Gabrielli” c’è un museo) e mi mostra una serie di grafici che raccontano come sia cambiata la popolazione scolastica tra queste mura dagli anni Settanta in avanti. Cinquant’anni fa l’80% degli studenti era piemontese. In più c’erano piccole comunità di pugliesi, di siciliani, di campani e di laziali. Dieci anni più tardi si sono aggiunti i sardi e i friulani e la quota Piemonte si è ristretta. Una contaminazione lenta, inesorabile e fruttuosa che, nella classificazione statistica rilevata decennio per decennio, ha portato a sostituire i piemontesi con la più generica categoria degli “italiani” e ha fatto entrare nella torta, in quote sempre più significative, prima i marocchini poi i rumeni, quindi gli albanesi, i nigeriani, i filippini, i tunisini e i peruviani, fino ad arrivare ad oggi con classi, come la terza in cui sto entrando, in cui su diciannove bambini nessuno ha genitori nati in Italia e nessuno ha l’italiano come prima lingua. Eppure la gran parte di loro è venuta al mondo qui e, anche se la prossima settimana li portano in gita al mare, non ha mai visto altra città all’infuori di Torino. Un problema, una circostanza neutra o un’opportunità? Con i genitori le cose sono più opache. Le mediazioni non semplici. I rapporti tra comunità, spigolosi. Ma ogni giorno che passa migliora le cose. Ogni crescita ha bisogno di tempo. E i più piccoli non fanno altro che assorbire quello che vedono attorno. Mi domando che senso abbia immaginare di dare la cittadinanza al compimento del diciottesimo anno, quando la diffidenza (e il razzismo) avrà incattivito una parte di loro, e non adesso, mentre sono spugne che per dare il meglio di sé hanno solo bisogno di sentirsi dire: lo sai che ti voglio bene?

Anche per questo c’è Guido Barilla. “Pensa che l’altro giorno, scivolando in un cliché, ho detto ad un bambino di origine cinese che non voleva mangiare il riso: sai che Mao si sarebbe arrabbiato con te? A tutti i cinesi piace il riso”. E lui? “Io sono italiano e a me piacciono gli spaghetti”. Genio. Mi metto a sedere vicino a Kalum (da qui in avanti tutti i nomi sono inventati), un fringuellino di origini nigeriane, credo, con gli occhi più grandi della faccia e un ciuffo di capelli gialli. Mi spiega: “lui è Philip, il mio migliore amico”. Da dove viene? “Da Torino, come me”. Perfetto. Sono un fesso. Mi guardo attorno. Mi sembra la classe più bella del mondo. Barilla mi anticipa la nazionalità dei genitori: Marocco, Niger, Romania, Senegal, Egitto, Tunisia, Ghana, Ecuador. Poi si avvicina alla cattedra e apre una grande valigia di cartone che i suoi genitori si sono portati dalla Calabria. È piena di libri (comprati con il suo stipendio). Ne tira fuori uno che ha preso il giorno prima a Bologna, alla fiera per bambini. Un volume muto. Solo illustrazioni. Si intitola: “Mentre tu dormi”. È la storia di una mamma che racconta alla figlia una favola per farla addormentare e lei sogna il condominio, i vicini, le loro vite, e poi una foresta incantata piena di creature animali, fino a quando il sole la risveglia. I disegni sono fatti da mani abili. Barilla li proietta sulla lavagna interattiva con l’aiuto di una collega. La classe è stregata. Barilla chiede di dare un nome al disegno. Le prime a rispondere sono due ragazzine strappacuore che mi sembrano le leader del gruppo. Una dice: “Il bosco dei mostri”. L’altra, sulla scia: “Il bosco sensibile”. Altri bambini aggiungono: il bosco delle fate, il bosco silenzioso, il bosco dei sogni. Io sto con il “bosco sensibile”, mi sembra una definizione imbattibile. Ci vorrebbe un romanzo per raccontare la magia che si sprigiona in classe, mentre Barilla approfitta della favola per insegnare i pronomi, gli aggettivi, i tempi dei verbi. Come si dice questa frase al futuro? E all’imperfetto? Quali sono le preposizioni semplici? Che animali vedete nel disegno? I bambini si alternano alla lavagna. Hanno l’aria felice. Dicono una frase che prevede un “chi”, un “che cosa” e un “dove”. Ci mettono fantasia e risate. Alcuni sono più fluidi. Altri, come Adina, che è appena arrivata dal Bangladesh, un po’ meno, ma sentirla parlare è emozionante. Impara in fretta. Quando torna al banco, Aisha, che forse viene dal Niger e capisce bene quella fatica e quello sforzo, le prende la mano. “Sei stata brava”. È vero.

Il tempo mi scappa via. Penso: se qualcuno mi dice che questi bambini non sono italiani lo meno (se non altro fingo di). Lo smartphone segnala che sotto Lampedusa c’è stato un naufragio. Un altro. Quindici morti. Molti piccolissimi. Frega a qualcuno? I piccoli-grandi “ottenni” di Guido Barilla mi danno un cinque e mi rimettono in asse. Saluto. Prima di uscire resto incantato di fronte a un gruppetto che gioca a calcio in cortile con una palla di gommapiuma. Salim fa un gol da fenomeno, dopo una finta che mette a sedere Malik. Butta le braccia al cielo e grida: “Juve uno, Inter zero”. Gli altri lo abbracciano. Esulto anch’io. Torno a Pulitzer. Come dovrebbero essere le cose, allora? Così.