di Elena Stancanelli
La Stampa, 18 giugno 2021
Un'estate in bilico tra libertà e nuove ansie da Covid. Dopo aver fatto tutto quello che dovevo fare - vaccinazione, seconda vaccinazione, Spid, certificato vaccinale e persino un tampone - sono andata a una festa. A un pranzo, all'aperto per carità. Senza più un briciolo di disinvoltura, accaldata, più vecchia di due anni che sembrano cento, volevo incontrare gli amici che non vedevo da allora, da quando temevamo che la fine del mondo avrebbe avuto l'aspetto di un'onda, o un lunghissimo incendio. Qualcosa di eroico ed eclatante, non certo la malattia dei pipistrelli. Ero goffa e arrugginita, negli ultimi due anni, come quasi tutti, mi ero rivolta soprattutto al mio cane: faccio le vocine, i fischi, e grido automaticamente "a cuccia" se mi esaspero. Mi sentivo anchilosata, come tutti, ma non avevo paura.
Da quando ho fatto il vaccino ho smesso di avere paura. Il giorno successivo alla prima dose sono uscita di casa con le spalle dritte e la sicurezza che non sarei morta di quella roba dei pipistrelli. Una sensazione bellissima. Ma una festa è diverso, non c'entra la paura. Una festa è quando passi da una conversazione all'altra, scambi il bicchiere sul tavolo, accarezzi una mano come fosse per caso, ridi vicinissimo al naso di qualcuno che non ti conosce.
Una festa è disinvoltura, e giovinezza. Non per età, ma per quella dabbenaggine per cui se sbagli pazienza, era solo una festa. Ero carina, ero troppo ubriaca? Questo importa. Importava, prima del pipistrello. A quella festa tutti parlavamo di Covid. E va anche bene. Il fatto è che un paio di noi sapevano tutto della variante Delta. Io della variante Delta non sapevo quasi niente. Perché nel frattempo, come dicevo, ho fatto il vaccino. E quindi, questo avevo patteggiato con l'incubo, da quel momento nessuna cosa che avesse a che fare col pipistrello poteva farmi del male. Nessuna variante: ero fuori, basta.
Ho una fiducia cieca nella scienza e nella medicina, e quando dico cieca intendo una cosa che solo chi è cresciuto senza i social conosce, e un atteggiamento infantile verso le decisioni. Non decido quello che è meglio, non mi basta, ma quello che è bello, entusiasmante, risolutivo. Così, con questo spirito, ho fatto tutto quello che dovevo fare. Sono stata brava, e ora non voglio sapere più niente della variante Delta né di nessuna altra variante. Avrei dovuto, se fossi stata coerente con me stessa, non ascoltare quelle due, tre persone che sapevano tutto della variante Delta. A quella festa avrei dovuto leccare i cucchiaini degli altri, baciare chiunque fosse senza mascherina, gridare che ce l'abbiamo fatta, li abbiamo fottuti i pipistrelli. Invece sono tornata a casa abbacchiata, e mi sono messa a leggere quello che c'era da sapere di questa ennesima, maledetta variante Delta. Non riusciremo mai più essere scemi, scemi com'eravamo prima? Siamo stati la generazione più scema da quando esiste il termine generazione, siamo stati mammoni, fannulloni, bamboccioni, siamo stati i più bravi scemi della Storia. Ma ci sembrava insopportabile, ci vergognavamo. E adesso lo rimpiangiamo. La pandemia potrebbe essere l'occasione per riflettere su quello che eravamo, la nostra bulimia, l'inconsapevolezza, persino i pipistrelli. Boh, forse. Di sicuro è un enorme, gigantesco, imprevedibile, trauma. Poco importa che abbia riguardato tutto il mondo, poi siamo noi, ognuno di noi, che deve riprendere a comportarsi in maniera normale, uscire di casa, andare alle feste, leccare i cucchiaini. Come si guarisce da un trauma? Affrontandolo, attraversandolo, e a un certo punto, finalmente, lasciandoselo alle spalle. Le varianti del trauma no, per favore.











