di Massimo Giannini
La Stampa, 25 luglio 2021
Di fronte alle piazze anarcoidi e destrorse che urlano a vanvera "libertà", le parole pronunciate da Mario Draghi dopo l'ultimo Consiglio dei ministri segnano un confine etico, politico, democratico del nostro tempo. Dire "chi invita a non vaccinarsi invita a morire" non è solo una messa in mora per chi, come Matteo Salvini, ha finora beatamente flirtato con il mondo no-vax.
È anche una scossa alle coscienze di chi, per incompetenza o per diffidenza, ha ascoltato il canto delle sirene complottiste e ha preferito rifugiarsi nel limbo agnostico dell'attesa. Il premier inchioda i partiti alle loro responsabilità. E chiama gli italiani a una scelta di campo. Dopo un anno e mezzo di battaglia contro il virus dovremmo averlo capito: il vaccino è vita, il non-vaccino è morte. Fisica, civica, economica. Per questo la stagione degli opportunismi elettorali e degli equilibrismi lessicali è finita. O si sta di qua, o si sta di là. O si sta con quelle piazze, o si condannano senza appello.
L'operazione-verità dà qualche frutto. Ma non è abbastanza. Sul fronte politico si registra un'evoluzione. Le due destre, che cercano consensi danzando sotto il vulcano della pandemia, si avvicinano a Canossa. Salvini fa la prima dose, sia pure "auto-certificandosi" con un Qr-Code mentre beve un cappuccino. Meloni annuncia che la farà, sia pure tuonando contro il "terrore draghiano". Sul fronte sociale si nota una polarizzazione. Da una parte c'è una spinta a vaccinarsi in una maggioranza silenziosa di indecisi, che adesso è finalmente in coda davanti agli hub. Dall'altra c'è una spinta a mobilitarsi in una minoranza rumorosa di irriducibili, che torna a berciare pericolosamente nelle piazze da Torino a Palermo.
Sappiamo bene quale delle due spinte sia più propulsiva: la prima può far ripartire il Paese, la seconda lo può affossare. In ogni senso. Lo prova il nuovo leader dei ribelli Ugo Mattei, intellettuale della Rive Gauche, già allievo di Rodotà e amico di Zagrebelski, che oggi pontifica contro la "dittatura sanitaria" insieme ai capetti neofascisti di Forza Nuova come ieri "Nuto Revelli combatteva a fianco di Edgardo Sogno". Icastica conferma del perfetto Teorema-Odifreddi: da "No-Vax, No-Pass, No-Mask" a "No-Brain" il passo è davvero breve.
La tesi che considera l'invito a non vaccinarsi equivalente a un invito a morire non ha solo fondamento politico, ma anche scientifico. Giuseppe Remuzzi, direttore del Mario Negri, spiega che oggi esistono "due epidemie": quella dei vaccinati che è paragonabile a un'influenza, e quella dei non vaccinati che è un'infezione potenzialmente letale. Lo dicono tutti i responsabili delle terapie intensive, dal Sacco di Milano al Weill Cornell di New York: il 97 per cento dei ricoverati per Covid non è vaccinato. Dovrebbe essere pacifico, ma non lo è ancora.
Per questo serve il Green Pass obbligatorio, e per questo il nostro giornale ne sostiene la necessità senza se e senza ma. Siamo ben consapevoli delle contraddizioni con le quali ci siamo arrivati, e lo diciamo al governo con serena chiarezza. Lamentarsi ancora per gli assembramenti, dopo aver consentito alle folle entusiaste di festeggiare la vittoria degli azzurri agli Europei per le strade di Roma, è quasi grottesco. Accusare ancora le regioni che obiettano o le discoteche che protestano, dopo aver ceduto con disonore le armi dell'ordine pubblico nell'impropria "Trattativa Stato-Bonucci", è quasi offensivo.
Ma adesso dobbiamo guardare avanti. Il passaporto vaccinale ci consente di convivere con un virus mutato ma depotenziato grazie all'immunizzazione crescente della popolazione, e di vivere in più sicurezza la nostra vita di sempre, fatta di socializzazione e di scambio. Al bar o al ristorante, al cinema o a teatro, in piscina o in palestra. Persino in ufficio o in fabbrica (l'idea di un Pass per accedere anche ai luoghi di lavoro, sia pure mal veicolata da Confindustria, è tutt'altro che insensata). È davvero ora di sfatare il luogo comune sul quale riposa la becera propaganda dei #No-Paura-Day e la truce narrazione politica che la cavalca. Per me non ci sarebbe nulla di scandaloso se il vaccino anti-Covid fosse obbligatorio per tutti: in Italia non ne abbiamo già dodici? Ma qui nessuno "insegue i ragazzi con la siringa in mano" né cuce la stella di David sulla giacca dei renitenti. Al contrario. Qui si fa fatica a imporre l'obbligo persino ai medici e agli insegnanti (questo sì, uno scandalo insopportabile).
E ora, proprio per non imporre altri obblighi vaccinali, l'Italia sceglie il modello francese. E fa bene, perché il Green Pass non viola alcuna libertà: semmai la protegge. Certifica il mio status: sono immune perché vaccinato. Dunque mi garantisce di fruire pienamente della mia libertà, senza minacciare la salute degli altri. Anche chi rifiuta l'obbligo esercita ugualmente il suo diritto alla libertà: rifiuta vaccino e Green Pass.
Ma in questo modo sceglie legittimamente uno status diverso dal mio, dal quale derivano però alcune ovvie limitazioni. Banalizzando: è la stessa logica della patente di guida. Puoi scegliere liberamente di non prenderla. Ma se non la prendi, non puoi guidare una macchina. Scegli il tuo status, ne accetti le conseguenze. Semplice, lineare. C'è qualcuno che grida alla "dittatura automobilistica", per questo? Non risulta. La stessa risposta si può dare a chi boccia il Green Pass perché considera impossibile fare i controlli. Abbiamo forse la certezza che tutti gli automobilisti che circolano sulle nostre strade posseggano effettivamente la patente? No, non ce l'abbiamo. Eppure nessuno si sogna di dire che se non li controlliamo uno per uno allora tanto vale abolire la patente.
Il patto che lo Stato sottoscrive con i cittadini, e che i cittadini sottoscrivono tra loro, si basa sulla fiducia reciproca. Che può essere tradita, ma resta l'essenza di ogni sistema democratico. Anche per questo la battaglia sul Green Pass dice molto di noi e della condizione del Paese. Come scrive Donatella Di Cesare, e come dimostra la grancassa No-Pass dell'estrema destra, ormai si profila una divaricazione sempre più netta tra una politica della responsabilità, che ha a cuore la democrazia e perciò è in grado di parlare di "obbligo", e una politica che, scherzando col fuoco del "liberi tutti" e avallando l'ideologia dell'Ego Sovrano, ha evidentemente mire sfasciste.
Di fronte a un agente patogeno che non arretra, a un indice di trasmissibilità che sale ai livelli di cinque mesi fa, non possono esserci esitazioni. Per ragioni sanitarie, ma anche finanziarie. L'Economist avverte che la Variante Delta è la vera minaccia per la ripresa americana, molto più dell'inflazione al 5,4 per cento. Il Financial Times segnala i pericoli di una "Whiplash Economy" nei Paesi Ocse: più accelera la Variante Delta, più rallenta il tasso di crescita.
Le Monde indica la Variante Delta come fattore di incertezza che costringerà gli Stati a regimi economici da "Long Covid". In questo scenario critico, quello che dobbiamo temere è il lockdown, non il Green Pass. Per questo gli sgangherati "libertadores" che strillano nelle piazze italiane sbagliano Tiranno. Loro lo fanno per ignoranza. Chi li istiga per un pugno di voti lo fa per calcolo. Difficile dire quale sia il male peggiore.











