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di Luca Marconi

Corriere della Sera, 10 agosto 2026

Lo sceneggiatore napoletano ora alla regia racconta dodici anni di laboratori di scrittura coi i giovani detenuti sull’isolotto di Bagnoli. In anteprima alle Giornate degli Autori - Confronti della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia - l’8 settembre - lo scrittore e sceneggiatore partenopeo Riccardo Brun presenta la sua opera prima alla regia, “I Nisidiani”, nata dall’impulso di raccontare ben dodici anni di laboratori di scrittura nel carcere minorile di Nisida: un lavoro collettivo d’un pugno d’affermati autori napoletani - alcuni all’epoca erano appena agli esordi - proseguito in tutti questi anni nel progressivo sforzo di stabilire la connessione ottimale, coi giovanissimi detenuti, perché avvertissero nella cultura un’opzione di riscatto esistenziale. Prodotto da Donella Bossi Pucci, Riccardo Brun, Paolo Rossetti e Francesco Siciliano con la partecipazione di Rai Documentari per la cura editoriale di Silvia Barite, il film dunque cerca di mettere insieme il succo di un’esperienza forte, di trasformazione reciproca, che ha coinvolto, con Brun, Viola Ardone, Valeria Parrella, Patrizia Rinaldi, Gianni Solla, Angelo Petrella, Mario Gelardi, Maurizio de Giovanni, Antonio Menna, Daniela De Crescenzo e molti altri. E tutti, in forme diverse, hanno sviluppato un legame profondo con i ragazzi coinvolti nel progetto, fino a realizzare un romanzo collettivo che rappresenta un caso unico nel panorama letterario italiano.

Il documentario ricostruisce questo percorso attraverso testimonianze e incontri, offrendo uno sguardo inedito e non romanzato sul carcere minorile. Ma non è un racconto centrato sulla cronaca della detenzione, piuttosto è una riflessione sulle potenzialità generative della cultura e sulla possibilità di immaginare percorsi alternativi per chi sembra destinato a una traiettoria già scritta. Attraverso la voce narrante dello stesso Riccardo Brun, I Nisidiani diventa un viaggio d’impegno civile che connette due universi solo apparentemente distanti, perché se la cultura prende l’inclinazione giusta, abbandonando narcisismi ed autoreferenzialità e rendendosi permeabile ai giovani, allora agisce sulla devianza minorile: il film d’altronde mostra come tutti condividano la stessa geografia umana e sociale d’una città difficile come Napoli, dove vivere è complicato quando non faticoso ma dove il disagio e il talento, l’emarginazione e la creatività si incrociano di continuo. 

E Brun ribalta la prospettiva sul carcere: i ragazzi qui non sono casi da analisi o pietosi, ma interlocutori, autori di racconti, portatori di immaginazione e desideri particolari coniugati secondo i tempi e i linguaggi contemporanei. Il laboratorio allora è prima di tutto costruzione della comunicazione, e quindi uno spazio di libertà possibile, dove la scrittura e la narrazione, quando producono consapevolezza, aprono una porta sull’emancipazione. In un momento storico in cui il dibattito sul disagio giovanile tende a semplificare e criminalizzare, I Nisidiani allora si fa testimonianza preziosa, fattiva, sul campo, chiamando in causa la responsabilità collettiva: il film afferma con forza una convinzione maturata nei corridoi di Nisida, e cioè che non esista un futuro per una comunità senza la capacità di recuperare e accompagnare i suoi figli più fragili.