di Glauco Giostra
Avvenire, 10 luglio 2026
Suicidi, sovraffollamento, condizioni degradanti e continui richiami delle istituzioni. Eppure la politica continua a rinviare interventi efficaci sul sistema penitenziari. Ancora un suicidio “penitenziario”, reparti chiusi dall’autorità giudiziaria per gravissime carenze igienico-sanitarie e strutturali, provvedimenti dell’Amministrazione penitenziaria che autorizzano a far dormire i detenuti in terra. Sono soltanto le notizie di qualche giorno fa. Quelle che le hanno precedute negli ultimi anni di sicuro non erano meno indegne di un Paese civile. Ma come è possibile?
Da decenni non abbiamo più una politica ideologizzata, che propone cioè una idea di mondo e di società, cercando di acquisire consensi alla propria causa. I partiti, chi più chi meno, seguono una strategia “sondaggistica”, garantendo di farsi carico delle richieste e delle paure più diffuse. In quest’ottica, essendo la disumana realtà carceraria scotomizzata dallo sguardo pubblico, il potere ben potrebbe disinteressarsi totalmente di tale drammatico problema, tanto più sapendo che il solo provare a risolverlo richiederebbe provvedimenti impopolari. Ma a disturbare la comoda, deresponsabilizzante inerzia si sono susseguiti altissimi e “disturbanti” richiami: la condanna per trattamento inumano e degradante dei detenuti da parte della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo), i moniti della Corte costituzionale, le incalzanti raccomandazioni degli ultimi due Presidenti della Repubblica, gli accorati, insistiti appelli di papa Francesco e oggi di papa Leone XIV. Il potere politico deve aver valutato che potrebbe essere impopolare dimostrarsi del tutto sordo a queste alte, insistenti riprovazioni. Allora, con innegabile ingegnosità, ha saputo rompere il silenzio ostentando iniziative rivelatesi inutili, quando non controproducenti, (vedi la modifica della disciplina processuale della liberazione anticipata, che ne ha snaturato funzione ed efficacia, fortunatamente dichiarata incostituzionale).
Di recente si è fatto di nuovo ricorso alla solita trovata di puntare sul futuro - “costruiremo più carceri” - per non affrontare il presente. Impegno tanto ricorrente, quanto sempre disatteso, e oltretutto contrario alle raccomandazioni da tempo formulate dal Consiglio d’Europa: “Aumentare la capacità ricettizia significa aumentare senza vantaggio alcuno la domanda di carcere”, mentre bisognerebbe far ricorso alle misure alternative, “mezzi importanti per combattere la criminalità, per ridurre i danni che essa causa”, evitando “gli effetti negativi della reclusione”.
Qualche capacità di incidere sulla vergognosa situazione penitenziaria sembrerebbe averla, sulla carta, il ddl “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”. Un disegno di legge e non un decreto-legge: evidentemente si è ritenuta insussistente la straordinaria necessità ed urgenza pretesa dalla Costituzione per consentire al Governo di legiferare. Eppure, nell’ultimo decreto sicurezza, nato come disegno di legge poi disinvoltamente ribattezzato decreto-legge, la straordinaria necessità ed urgenza veniva riferita, tra l’altro, all’introduzione del reato di protesta “stradale” (sic!).
Nel caso in esame, invece, un sovraffollamento molto prossimo a quello che ci fece guadagnare l’ustionante condanna Cedu, centinaia di suicidi, migliaia di tentati suicidi, migliaia di casi (giurisdizionalmente accertati) di trattamento inumano e degradante, ben si può attendere il lungo e incerto cammino di un disegno di legge. Se e quando sarà approvato, poi, richiederà un potenziamento degli uffici della magistratura di sorveglianza, che già per le attuali incombenze si è rivolta anche al Capo dello Stato per segnalare l’assoluta inadeguatezza delle assegnazioni ministeriali. Come si diceva, si resta sostanzialmente disinteressati al dramma carcerario, cercando di non apparire tali.
Domina oggi un trionfante orgoglio nazionale. Eppure, ci era stato insegnato che il grado di civiltà di una Nazione si misura dalle sue prigioni (Voltaire e Dostoevskij). Misurazione a risultato per noi imbarazzante: si pensi al rifiuto di Germania e Regno Unito di tradurre detenuti nelle nostre carceri giudicate incivili o alla scelta del narcotrafficante Lorenzo Dei Meneghetti di non accettare l’estradizione dalla Colombia all’Italia, preferendo le carceri colombiane, sebbene gli organismi internazionali (cfr. Human Rights Watch e il Comitato internazionale della Croce Rossa) le descrivano come sovraffollate, degradanti, sporche e pericolose. Forse quello italico è un orgoglio solo “litoraneo”, allocato sulla battigia per non fare sbarcare i disperati di altre etnie.










