di Daniela Piana
Il Dubbio, 2 ottobre 2025
Capaci di fare deporre le armi. Ne abbiamo usate così tante di parole. Per quanto vocianti scriventi siamo tutti consapevoli che la parola da sola poco potrà. Potrà poco anche quando tecnica autorevole performativa come quella della lingua del diritto. La parola poco potrà. Forse la abbiamo svuotata. Troppo usata. Insomma, la parola poco potrà. Ma non è una buona ragione per non avvalersene. Solo che non è lì che troveremo la certezza dell’effetto di fare deporre le armi. Stamane su uno dei social network che attraversano in modo più o meno insistente - ed è una insistenza effetto di una diffusa necessità di controllo presenza affermazione - un messaggio invita a dirlo con le loro parole. Dei bambini delle bambine. Dire cosa? Come si fa a fermare la guerra.
Fra i tanti pensieri che sono stati condivisi una sola idea comune. Comune alla pizza grande tanto da mettere tutti seduti al tavolo per mangiare. All’abbraccio della mamma che si faccia grande grande in modo da accogliervi dentro qualsiasi essere che voglia arrivare. Alla mensola alta dove mettere i giochi rischiosi in modo che nessuno possa arrivarci. L’eco di una meraviglia apparsa un paio di anni fa dinnanzi al gioco molto serio - perché i bambini giocano sul serio - di costruire la città ideale della accoglienza una voce dinnanzi alla prospettiva di essere invasi dai cattivi esce con lapidaria ed inappellabile - disarmante - risposta.
Accogliamoli. Nessuno distrugge il posto dove vive. Banalità? No davvero. Dietro a quell’abbraccio che accoglie dietro alla lucida lineare semplice e senza appello - appunto - risposta che trova nella ovvia creazione di una condizione di mettere tutti nella stessa condizione da evitare che scatti la devastante idea che si possa essere così abbastanza diversi da essere anche diversi per potere e quindi abbastanza diversi da essere diversi per prerogative e arroganti esigenze. Ma loro non è che hanno pensato alle conseguenze e abbiano ponderato cosa accade nell’una o nell’altra opzione. Non si dà alternativa alcuna quando si tratta di immaginarsi la cosa più semplice per metterci nella stessa situazione. Si tratta della visione chiara che siamo parte di uno stesso destino.
Una visione così chiara che nemmeno ha bisogno della riflessione. È ovvia. Non ce n’è una diversa. Ci fa bene leggere queste frasi e soprattutto osservare la nostra silente relazione. L’abbraccio della mamma? Mah… un tavolo dove tutti mangiano… s’è visto mai? E poi quella malsana ipotesi di riuscire a fare entrare tutti nella stessa città in modo che sia disarmata - appunto - la intenzione di distruggere. Ma quando mai? Certo sono bambini. Ci illuminano il volto di un tenero sorriso con quella benevolenza che si ha per chi si considera più ingenuo di noi e quindi meno attrezzato a muoversi nel selvaggio mondo dove le ancore del diritto e della cultura delle regole mostrano parecchie debolezze. Non dovremmo essere così tanto indulgenti con la nostra tendenza - molto facile - a rubricare queste idee nel pianeta della ingenuità. Se ci andiamo dentro a quelle parole e quelle immagini ci troviamo il solo vero pilastro dello Stato di diritto e del rispetto della persona che regge gli attacchi della storia. La eguaglianza del diritto ad avere accesso ad una eguale dignità del vivere.
Vi è un di più. Anche gli ingredienti. Un tavolo. È il momento del nutrirsi insieme. Del recitare ma per davvero il rito bello e dolcissimo di riconoscersi compagni di viaggio di vita. E per vivere ci si nutre. Per ovvie ragioni insieme. Nessuno di noi vive da solo anche se si nutre di cose che sono l’effetto di vite che sono lontano miglia e miglia. Una porta aperta. E infine il sapere che in fondo dai rischi e dalle tentazioni ovvero dalle debolezze degli uomini e donne che non sono angeli - questo dicevano i padri fondatori della democrazia americana così oggi in difficoltà di tenuta dei suoi anticorpi istituzionali - ci vogliono i vincoli di Ulisse dinnanzi alle sirene, così come per evitare di fare danni si mettono le cose in alto, abbastanza in alto che nessuno le possa raggiungere.
In un mattino di prima estate una anima bambina mi disse dovresti scrivere che la città ideale è una pagina bianca. E che ognuno possa scriverne un suo pezzetto. Siamo così capaci di umiltà da lasciare pagina bianca? Da fare lo spazio che si necessita per dare rispetto a giganti del disarmo, i bambini, con la loro verità. Perché nulla, nulla davvero, disarma più della verità. Soprattutto quando non è pronunciata per fini laterali. Ma semplicemente messa in parole perché qualcuno lo chiede. Ma prima di vivere nelle parole essa vive nell’unico posto dove resta. Ancorata nell’anima.











