di Andrea Malaguti
La Stampa, 19 ottobre 2025
Incontro con gli studenti a Torino. Alla fine, una professoressa del liceo Regina Margherita mi si avvicina e mi dice: “Rilegga Primo Levi. Se questo è un uomo”. Mi consegna il libro con una frase sottolineata. È potentissima, sostiene lei. Ha ragione. “Allora ci siamo accorti per la prima volta che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa: la demolizione di un uomo”. Aggiunge una di quelle cose da sociologi che lì per lì non capisco: “Descrive perfettamente i disastri della verticale del potere. Da Gaza al femminicidio di Pamela Genini”.
La ringrazio perplesso. Saluto. Gaza e Pamela? Mi sembra assurdo. Poi sempre un po’ meno. Ci ripenso. Mi viene voglia di approfondirla. La rivaluto in mezzo ad una serie di dialoghi che mi capitano in settimana. Uno, in particolare, con Damiano Rizzi, presidente e fondatore di Soleterre, organizzazione di cooperanti, medici e operatori umanitari nata nel 2002 “per tutelare il benessere psico-fisico di bambini, donne e uomini in condizioni di vulnerabilità, malattia, povertà e violenza in Italia e nel mondo”.
È lui, Rizzi, che ispira larga parte delle riflessioni di questo articolo. È uno psico-oncologo che ha girato il pianeta nei suoi angoli più bui, dalla Costa d’Avorio a Kiev, dal Kosovo alla Cisgiordania, e contemporaneamente ha fondato un’associazione che si chiama “Tiziana Vive”. È dedicata a sua sorella, uccisa a 36 anni dal marito, con la stessa modalità con cui Gianluca Soncin ha massacrato Pamela Genini.
Solo, se si può fare il cinico comparato dell’orrore, ancora più brutalmente. Centoundici coltellate. Qual è il nesso tra Gaza e Pamela? Chiedo anche a lui. Risponde senza esitare. “Se ci riflette, la matrice è simile. Se si accetta l’idea del dominio, che sia patriarcale o di potere, l’effetto è questo. Il potere vuole salvaguardare lo status quo, il suo privilegio. E anche il patriarcato. Così smette di vedere l’altro”. E lo usa. Lo sovrasta. Oppure, lo annichilisce. Il principio fondamentale di ogni autoritarismo. Putin, Trump, Hamas, Netanyahu, Turetta o Soncin. Dal grande al piccolo, l’innesco è il medesimo.
L’altro non è più un fine, solo un mezzo. Con il dopoguerra, l’Unione europea e tutta la retorica sui valori Occidentali ci eravamo illusi che le responsabilità si distribuissero orizzontalmente nelle società, con pesi e contrappesi, riducendo le distanze tra chi governa e chi viene governato, producendo alternanza e aggredendo le diseguaglianze. Adesso la ruota ha ricominciato a girare al contrario. Lo ha detto il presidente Mattarella parlando della forbice imbarazzante tra salari sempre più leggeri e bonus sempre più pesanti per i supermanager, ma il discorso si potrebbe allargare all’infinito dai paperoni del calcio ai milionari venditori di fuffa di Youtube. La differenza esplode. La speculazione spazza via il senso e l’equilibrio, producendo lacerazioni sociali. I fragili precipitano. Tornano gli imperatori e gli uomini forti. Se ci pensate, il destino di miliardi di persone è in mano ad un pugno di autocrati.
Persino quando si parla di pace a Gaza o a Kiev. Il risultato si ottiene attraverso la logica del più forte e non sulla mediazione legata ad una ipotetica idea di giustizia. Si smette di sparare - a volte - e questo è un risultato benedetto. Ma si smette anche di pensare. Di ragionare sulle conseguenze, come se la vita fosse un film in cui tutto si ferma con i titoli di coda.
“Lei lo sa quello che sta succedendo in queste ore a Gaza?”, mi dice Rizzi. Il quadro è sconfortante. I tagliagole di Hamas, improvvisamente investiti di poteri di polizia (non è surreale?), giustiziano per le strade i presunti collaborazionisti, mentre dai valichi chiusi migliaia di bambini e adulti gravemente malnutriti, malati o feriti non riescono a raggiungere gli ospedali in Cisgiordania, in Egitto o in Europa dove sono attesi. Così riprende la conta dei morti e i farmaci salvavita si esauriscono, mentre i coloni attaccano i camion con gli aiuti umanitari. “Lei questa la chiama pace? O tregua?”.
Mi racconta di Musa, un bambino colpito alla spina dorsale da un proiettile che rischia di lasciarlo paralizzato per sempre. Ha un braccio amputato ed è in una lista che dovrebbe consentirgli di volare in Italia per recuperare l’uso delle gambe. “Non lo fanno partire. Nessuno di noi sa perché. A Pavia, dove lavoro io, o al Rizzoli di Bologna, sarebbero in grado di rimetterlo in piedi. Ma ogni ora che passa, ogni giorno che passa, rende questa speranza più difficile. Sa quanti sono i pazienti come Musa che non riescono a passare i confini? Oltre quindicimila. Molti sono in bilico tra la vita e la morte. La violazione dei diritti umani continua. Ma su questo disastro è calato nuovamente il silenzio. È inaccettabile”. Racconta della costante sottrazione dello spazio vitale degli abitanti dalla Striscia alla Cisgiordania, dei suoi collaboratori medici ormai senza denti, irriconoscibili a loro stessi, della “sindrome palestinese” che colpisce per tre generazioni. “Nonni, padri e figli. Che non fa dormire la notte, che provoca ansia e paura costanti, che ferma lo sviluppo fisico e psichico, attaccando le capacità motorie e alcune cognitive. Un blocco in cui l’anima si congela per poter sopravvivere”.
Torna in mente Renad Attallah, la ragazzina di undici anni di Gaza, famosa per le sue ricette di cucina. Ospite di Geppi Cucciari, a Splendida Cornice, dove aver spiegato che vorrebbe ricongiungersi con la sua famiglia ha detto: “Sembra che sia finita, ma poi la guerra torna sempre”. Danni permanenti, depositati in fondo ai cuori. “Il 7 ottobre ha prodotto un salto quantico in questa tragedia. Israele non crede più alla possibilità di convivenza. Nell’assalto di Hamas sono rimasti uccisi proprio coloro che, vivendo a ridosso del confine, a questa convivenza credevano di più. Pacifisti e progressisti. Ora che cosa rimane? Credo che Trump e Netanyahu immaginino un pianeta in cui tra cento anni il problema dei palestinesi non se lo porrà più nessuno”.
Il teologo tedesco Johann Baptist Metz, ereditando la lezione di Eschilo, sosteneva che “c’è un’autorità riconosciuta in tutte le grandi religioni: è l’autorità di coloro che soffrono”. Patehi-mathos, si impara soffrendo. Non è più così. Non impariamo più nulla. Soffriamo e basta. “Vede, noi siamo anche in Ucraina con Soleterre e io sono convinto che Putin sia stato il primo a dimostrare - attaccando Kiev, bombardando gli ospedali - che si poteva uccidere senza essere puniti”. L’effetto domino non si è più fermato. “Siamo mammiferi, cerchiamo la scimmia dominante. Anche se l’unico modo per uscire da questo disastro guidato da un gruppo di sociopatici, è invertire la narrazione di morte. Sostituirla con una narrazione di vita. Bisognerebbe che intellettuali e artisti si mettessero assieme per crearla”.
Un tentativo di inclinare la verticale del potere. Che in fondo è quello che fanno le piazze dove ancora hanno spazio, è quello che hanno fatto ieri gli americani scesi in strada contro il re Trump. Dal grande al piccolo, esiste ancora una possibilità. Da Gaza a Pamela Genini. “Sui femminicidi è come se guardassimo il problema da una prospettiva sbagliata. Ci concentriamo sui comportamenti delle vittime, anziché su quello dei colpevoli, che sono maschi, senza educazione, che probabilmente non sono mai riusciti a superare il distacco dalla madre. Ma io mi chiedo: se quando un bambino nasce viene sottoposto obbligatoriamente a sette esami, perché non rendiamo vincolante anche la presenza di uno psicologo nella nostra vita pubblica?”.
Servirebbe a guardarci dentro. A capire che o siamo relazione o non siamo. Ciò che è vivo non ha copie. Scrive Vasilij Grossman in Vita e destino: “Due persone, due arbusti di rosa canina non possono essere uguali. È impensabile. E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne”.











