di Antonio Mazzocchi
Il Dubbio, 13 ottobre 2026
Il dibattito sulla dignità della pena ha trovato una svolta nella proposta dell’“indulto responsabile”. Nato da un comitato laico e trasversale di ventitré firmatari -tra magistrati, accademici e giuristi- e coordinato dal professor Bartolomeo Romano, questo progetto offre una risposta concreta al dramma del sovraffollamento. Il merito di questo fronte laico, animato da figure come Francesco Petrelli, presidente dell’Ucpi, e a cui ha aderito l’Anm, è l’aver strutturato un modello tecnico ineccepibile, un indulto non automatico, ma vincolato alla responsabilità individuale e alla verifica della condotta. Questa architettura giuridica sarebbe rimasta un esercizio teorico senza la spinta ideale, etica e logistica della Chiesa cattolica.
Se i giuristi hanno disegnato la struttura, la comunità ecclesiale vi ha infuso l’anima. Il cammino dei cattolici non è stato di semplice adesione, ma di attiva co-progettazione, maturata durante un convegno sul “diritto alla speranza” in ambito giubilare. La Cei ha colto la portata profetica della proposta, sostenendola attivamente con la mobilitazione per le firme. Al vertice di questo impegno si pongono gli appelli dei Pontefici. Da Papa Francesco, che ha chiesto segni di clemenza nella bolla “Spes non confundit”, fino a Papa Leone, la voce del Vaticano ha risuonato come un imperativo morale. Il Giubileo dei detenuti è diventato così il catalizzatore di un’istanza di misericordia che non cancella la giustizia, ma la rende possibilità di riscatto.
I media cattolici come Avvenire e Famiglia Cristiana hanno svolto un ruolo cruciale di sensibilizzazione, riportando il tema nell’alveo dell’articolo 27 della Costituzione. Sul campo, la rete dei cappellani carcerari rappresenta l’infrastruttura indispensabile: sono loro a misurare ogni giorno la sofferenza nei penitenziari. Eppure, proprio partendo dal valore di questo percorso, è necessario guardare oltre, affrontando il problema con ulteriori miglioramenti per rendere il provvedimento ancora più efficace. In primo luogo, serve un potenziamento drastico delle risorse degli Uffici per l’Esecuzione penale esterna e la magistratura di sorveglianza: senza un numero adeguato di assistenti sociali e magistrati, il monitoraggio del “periodo cuscinetto” di sei mesi rischia di paralizzarsi sotto il peso della burocrazia.
In secondo luogo, la Chiesa stessa può implementare le sue strutture di accoglienza, creando una rete diffusa di case di “reinserimento” gestite dalle Caritas diocesane e dal terzo settore. Infine, l’indulto responsabile deve diventare il ponte verso una riforma penale permanente, che incentivi le pene alternative e la giustizia riparativa come modelli ordinari. Solo integrando il rigore tecnico dei laici con la pedagogia del riscatto promossa dai Papi, l’Italia potrà finalmente superare la vergogna del sovraffollamento, trasformando il carcere in un laboratorio di nuova cittadinanza.









