di Luigi Manconi
La Repubblica, 16 settembre 2022
L’atroce vicenda di Hasib Omerovic, precipitato da una finestra di un appartamento al secondo piano nel quartiere Primavalle, a Roma, richiama quella che, in psicologia, si definisce “interdizione reciproca”. Ovvero la condizione che vede due soggetti alternativi mettersi vicendevolmente a tacere, ciascuno spaventato da quanto l’altro potrà arrivare a dire e dunque, a sua volta, incapace di dire.
Di conseguenza, quella storia non ha trovato il minimo spazio nella campagna elettorale in corso: la destra preoccupata della più modesta incrinatura nel consolidato rapporto di subalternità verso le forze di polizia e verso un elettorato tutto “legge e ordine”; la sinistra allarmata del fatto che proprio la figura della vittima - etnia rom, comportamenti inappropriati, disabilità - potesse risultare controproducente sul piano del consenso politico. L’esito è stato - con eccezioni che si contano sulle dita di una mano - il silenzio totale dei partiti, in una sorta di effetto domino che ha finito per azzittire tutti con un paradossale gioco di specchi à la Magritte.
Ma se ciò, ancora una volta, ci parla della pusillanimità di una sinistra senza tempra (e senz’anima), il discorso per quanto riguarda l’aspirante premier Giorgia Meloni si fa più complicato. È diventato ormai un abusato stereotipo quello relativo agli “esami” che la presidente di Fratelli d’Italia deve affrontare per poter accedere a Palazzo Chigi (e si avverte un tocco di piaggeria nell’entusiasmo di giornalisti e commentatori che parlano della “serietà” con cui si prepara a quelle prove). L’esame, cioè, dei mercati e quello dell’Europa, l’esame del Fondo Monetario Internazionale e quello della Banca Centrale Europea, l’esame delle agenzie di rating e di quelli che una volta venivano chiamati gli “gnomi di Zurigo”.
Ma, lo sappiamo, per chi aspira a guidare il governo i test di credibilità e di affidabilità democratica sono anche altri. Atteso che nessuna persona assennata ha mai parlato di “pericolo fascista” a proposito del possibile successo di Fratelli d’Italia, questo non scongiura, certo, fondati timori e ragionevoli preoccupazioni. Se si dovesse dar credito, infatti, ai modelli di società evocati dai referenti di una certa destra italiana (il partito spagnolo di Vox e il regime ungherese di Viktor Orbán), il rischio di una democratura - un sistema democratico con forti tratti autoritari - non è da escludersi. E questo rimanda all’episodio di Primavalle.
Chiariamo alcuni punti. Sappiamo che gli agenti entrati in quell’appartamento erano privi di un mandato e la loro è stata, dunque, un’azione illegale. Fatta salva la presunzione di innocenza - è difficile, ma si deve essere rigorosamente garantisti anche in questa circostanza - i lati oscuri risultano numerosi. Dunque, sarebbe stato apprezzabile che chi aspira a governare l’Italia si fosse espresso come segue: a) Nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva. b) Le forze di polizia sono soggette alla legge e costituiscono un presidio del nostro sistema democratico. c) Questo sistema prevede pari garanzie per tutti, persone con disabilità e rom compresi e d) Mi auguro una inchiesta severa che appuri eventuali responsabilità. Nella consapevolezza, cioè, che si tratti di una essenziale questione di libertà personale e di uguaglianza tra i cittadini.
Ecco, se Giorgia Meloni si fosse pronunciata in questi termini (e con lei anche Matteo Salvini) avrei riconosciuto, con vero piacere, che anche un esame di diritto pubblico, oltre che di qualità democratica, sarebbe stato brillantemente superato. E avrei dimenticato, altrettanto volentieri, quel tweet del 2018 (poi cancellato) dove Giorgia Meloni si proponeva di “abolire il reato di tortura che impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro”.










