di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 6 settembre 2025
Sono rimasto molto colpito dal nuovo libro di Cecilia Sala, “I figli dell’odio”, Mondadori. È il racconto dettagliato dei suoi reportage dal Medio Oriente, e sarebbe un grande libro anche senza l’ultimo capitolo. L’ultimo capitolo però è un pugno nello stomaco. Racconta la sua prigionia, ingiusta e terribile, nel carcere iraniano di Evin. Privata di tutto, della libertà, del telefonino (come reagiremmo se restassimo senza telefonino?), del computer con il suo lavoro, dei libri.
Ma la pagina più dura è quella in cui si parla della vicina di cella. Una donna che Cecilia non ha mai visto in volto, con cui non ha mai parlato, di cui non ha mai conosciuto il nome. Ma l’ha sentita, attraverso lo spioncino della porta. E ha intuito quello che stava facendo: prendere la rincorsa, per quanto si può fare in una cella chiusa di due metri, e lanciarsi con tutte le forze contro la porta blindata, nella speranza di perdere i sensi, di ferirsi, di uscire in qualche modo di lì, se necessario morta. Si suicidò nello stesso modo, picchiando la testa contro il muro della cella, Pier delle Vigne, uno dei grandi personaggi dell’inferno dantesco (“uomini fummo, e or siam fatti sterpi...”).
Di fronte a tanta disperazione, due luci. Un gattino rosso che Cecilia sente accanto ai suoi piedi, mentre cammina in cortile incappucciata. E la mamma, che dimostra un grande talento giornalistico rivolgendo tre domande secche nell’unica telefonata che può ricevere dalla figlia - in cella hai un letto? No. Hai un materasso? No. Hai un cuscino? No. Quelle tre notizie, rese pubbliche dalla madre, sono servite a dare un segnale all’opinione pubblica italiana, e indirettamente al regime iraniano. Anche se sono costate a Cecilia una terribile intimidazione, la vista di un’impiccagione, in carcere. Quanto dolore devono sopportare le donne iraniane. Quanta ingiustizia. E quanta forza morale stanno dimostrando. Grazie Cecilia per averlo vissuto sulla tua pelle, e per avercelo raccontato.











