sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Simone Innocenti

La Lettura - Corriere della Sera, 10 agosto 2025

Costruita dai Medici a Montelupo Fiorentino a fine Cinquecento, l’Ambrogiana versa in abbandono. Manca la firma del ministro perché entri nel circuito del museo diffuso: “la Lettura” l’ha visitata. Qui continuano a chiamarlo manicomio perché “avranno pure tolto la targa ma tanto noi altri siamo un po’ tutti matti”, dice Andrea Ragionieri che, nato da queste parti, porta avanti la tradizione bottegaia di famiglia. Qui è Montelupo e più precisamente Villa dell’Ambrogiana che il 7 febbraio 2017 ha smesso di essere “ospedale psichiatrico giudiziario” quando l’ultimo paziente ha lasciato la struttura di proprietà del Demanio.

“Macché villa e villa: quello per noi è il manicomio”, chiosa ridendo Massimiliano Monti, consapevole - come tutti i montelupini - che qualcosa sta cambiando. Quel qualcosa è ancora chiuso al pubblico ma “questo edificio sta a Firenze come Versailles sta a Parigi: è la sua reggia. E come tale la stiamo ipotizzando”, annuncia Samuele Lastrucci, direttore del Museo dei Medici ma soprattutto, in questo caso, consigliere speciale per la Villa. Incredibilmente unica a non essere stata riconosciuta patrimonio dell’Unesco.

L’idea della “reggia” è ambiziosa ed è a un passo dalla realizzazione: riportarne alla luce la bellezza architettonica e valorizzare gli ambienti carcerari. Per poi - in 8 mila metri di strutture e altri 8 mila di verde - calare un progetto che porti il marchio degli Uffizi Diffusi: sale espositive, laboratori per l’Opificio delle Pietre dure, cinema, sala convegni, spazio presentazioni, palcoscenici per teatro, lirica e danza. E - perché no? - “inaugurazione di una scuola per i futuri dirigenti del ministero della Cultura così come a Scandicci è stato fatto per la scuola della magistratura”, azzarda il soprintendente di Siena, Gabriele Nannetti, responsabile unico del progetto di Villa dell’Ambrogiana, l’uomo che di fatto ha il potere su tutto. Che cosa manca allora? “La firma del ministero”, riassume Nannetti. A che cosa serva la firma lo ha detto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, durante una visita a Montelupo dove è arrivato anche grazie alla mediazione del consigliere comunale Federico Pavese (FdI), all’opposizione in Comune e meloniano della prima ora. “Qua non ci sono colori politici: è una cosa importante da fare per il Paese”, spiega Pavese.

“L’impegno da parte del Mic è confermato, ci sono 12 milioni impegnati (oltre a 2 milioni già stanziati, ndr )e altrettanti da parte della Regione: adesso si procede spediti”, ha promesso il ministro Giuli. Subito dopo nascerà una Fondazione: come enti fondatori governo, Regione Toscana e Comune di Montelupo. “A quel punto troviamo soci sostenitori. Poi nascerà un Comitato tecnicoscientifico che individuerà le aree di intervento: questi ulteriori soldi - annuncia il sovrintendente Nannetti - vanno spesi, intanto, per la riduzione della vulnerabilità strutturale e l’adeguamento sismico. Poi per le coperture e i solai. A spanne ci restano altri 20 milioni utilizzabili, tra l’altro, per il ripristino dei giardini, dello spazio della palla a corda e anche per il “mini-Vasariano”. Tutto entro il 2028.

Visitare questo luogo, ora, è un privilegio: la bellezza è come un fuoco che crepita sotto le ceneri, in attesa di riprendere vigore. E poco importa se il verde è lasciato a sé stesso e se - tolto l’appartamento nobiliare - tutto sembra in abbandono. “È uno spazio meraviglioso che ha una storia immensa”, spiega Simone Loni (Pd), al primo anno come sindaco. La storia della villa inizia per volere di Ferdinando I de’ Medici granduca di Toscana (1587-1589). Fa parte delle residenze di campagna nate ai piedi del Monte Albano e ha una caratteristica che la rende unica: il porto che è impreziosito da una grotta artificiale, recentemente restaurata. Tra rimaneggiamenti vari - la villa viene rialzata con l’aggiunta del secondo piano e del piano “delle Soffitte” a tetto che ne trasforma l’originaria morfologia tardo cinquecentesca - si ha una certezza: Cosimo III de’ Medici, granduca di Toscana, ne fa la sua “dimora” prediletta con affreschi e statue. E - sulla scorta del Corridoio Vasariano di Firenze - fa collegare gli appartamenti nobiliari alla chiesa dei Santi Quirico, Lucia e Pietro d’Alcantara, fondata nel 1678 dai Frati Alcantarini: un passaggio interno - impreziosito dalle tele di Giovanni Cinqui raffiguranti la vi

La ristrutturazione sarà attenta “perché è chiaro che il passato non va obliterato, neppure quello del carcere”, promette il sovrintendente Nannetti. La villa, nel tempo, è stata infatti molte cose. Sotto i Lorena viene abbandonata come residenza e nel 1849 diventa Ospedale fiorentino del Bonifazio. Il 12 agosto 1854 nuova permuta: è Stabilimento provvisorio per i primi 12 detenuti che arrivano da Firenze, dal Carcere Centrale delle Murate. Nel 1886 diventa il primo manicomio criminale del Regno d’Italia. Nel 1900 è manicomio giudiziario. Dal 1975 i suoi locali ospitano l’ospedale psichiatrico giudiziario fino al 2017. E siamo a oggi, in un paese che - pur vantandosi di essere distretto della ceramica - non è riuscito a replicare i successi di ceramisti come Aldo Londi o Ettore Sottsass: negli ultimi 16 anni il Comune non è riuscito a valorizzare a livello nazionale questo settore. Non è un caso che il governatore della Toscana, Eugenio Giani, dica: “Un ambiente come la villa può richiamare turisti e cittadini. È un modo per restituire alla collettività un luogo per troppo tempo chiuso”. Chiuse sono ancora le celle della seconda e della terza sezione. E chiusi sono gli ambulatori medici, la radiologia, il gabinetto odontoiatrico, i locali di medicina legale, gli spazi dedicati al sopravvitto e gli archivi dei detenuti.

“Qui negli anni Settanta ci venivano i camorristi che si facevano passare per pazzi - ricorda Falsetti - ma accanto a questi criminali, c’erano i reclusi, quelli che chiamavano matti. Alcuni di loro potevano uscire per alcune ore durante il giorno ma c’erano situazioni disperate: io ho fatto il militare qua dentro e ho visto molte cose”. Molte di quelle cose rimangono nell’aria e tra le mura delle celle, dove ancora ci sono scritte e disegni. O collage che si trovano all’esterno, nella zona dell’aria dove i reclusi avevano i colloqui con i familiari. È una storia, quella della villa, che si lega indissolubilmente a Montelupo. In passato, ad esempio, dopo l’alluvione del 1966 “diverse famiglie del paese furono ospitate dentro le mura perché avevano perso casa”, conclude Falsetti. Nel futuro, invece, c’è la prospettiva di vedere la bellezza e la cultura che rilanciano il paese e la villa. Proprio con gli stessi strumenti che furono usati nell’ultimo periodo per reinserire i “matti”: libri, quadri, teatro, cinema.