di Maso Notarianni
Il Domani, 20 ottobre 2026
I disordini di questi giorni sono una lotta di classe senza consapevolezza di classe: una rabbia reale, che nasce da disuguaglianze e abbandono, ma non individua gli strumenti collettivi per cambiare le proprie condizioni. I disordini di sabato e domenica a Milano non si possono liquidare con una condanna della violenza e qualche parola d’ordine sulla legalità. Dire che è inutile serve se siamo disposti a capire perché viene esercitata e quali condizioni la alimentano. Comprendere non significa mai giustificare. I modelli proposti mostrano che i risultati si ottengono con la violenza, il sopruso, la prevaricazione. Tutto è consentito, compreso il genocidio di un popolo che l’Occidente non è stato capace di fermare né di condannare. La violazione dei diritti è diventata uno strumento ordinario per raggiungere un obiettivo, e dunque un modello da imitare.
È questo che dobbiamo combattere. Possiamo pretendere che chi sta in fondo alla scala sociale rispetti diritti e proprietà, quando il potere li calpesta e usa la forza contro chi prova a resistere? La sindrome della vetrina infranta: i violenti forniscono l’alibi per ignorare le disuguaglianze Non è violenza tagliare risorse a istruzione, sanità e protezione sociale per finanziare il riarmo? Non lo è il ricatto occupazionale che per profitto avvelena territori e divide comunità? Non lo è vietare il dissenso contro un genocidio, uno sfratto o l’inazione climatica? La violenza non comincia con una pietra. Si esercita anche attraverso decisioni economiche e politiche che privano le persone di diritti, sicurezza materiale e possibilità di scegliere il proprio futuro. Ragionare di questo non rende meno gravi la distruzione di beni, gli attacchi alle persone o gli scontri: impedisce di considerarli un fatto isolato e privo di radici.
I ragazzi e le ragazze che abbiamo visto in strada sono incazzati, molti sono disperati, se già a 16 o 17 anni si trovano davanti a un non futuro climatico, economico, sociale, personale. Ne abbiamo incontrati, con e senza background migratorio, che ci hanno detto di famiglie in difficoltà persino nel mettere il cibo in tavola, di una scuola abbandonata, della perdita di fiducia nella possibilità di cambiare la propria condizione. Davvero pensiamo che si divertono soltanto a spaccare cose? Deridiamo chi scende in piazza perché abbiamo capito con chi ce l’ha: noi C’è chi non lancia sassi perché comprende che la violenza è sbagliata, chi invece lo fa perché non vede alternative o pensa di non avere nulla da perdere.
Di sicuro ridurre migliaia di persone a una manciata di infiltrati o facinorosi significa rinunciare a capire. I disordini di questi giorni sono una lotta di classe senza consapevolezza di classe: una rabbia reale, che nasce da disuguaglianze e abbandono, ma non individua gli strumenti collettivi per cambiare le proprie condizioni. Per questo non mette in discussione il sistema che produce quella stessa disperazione, ma si appropria dei suoi simboli griffati. È una rabbia che va ascoltata e trasformata, non celebrata né derisa.
Le forze dell’ordine, poi, devono garantire sicurezza e ordine pubblico, proteggere le persone e contenere gli scontri, non contribuire a un’escalation. Ogni uso della forza deve essere proporzionato e sottoposto alle responsabilità previste dalla legge, cosa che non accade spesso. La spirale repressiva non è politicamente neutrale. Una destra che costruisce consenso sulla paura e sulla criminalizzazione del dissenso trae vantaggio dalla violenza di piazza, usandola come pretesto per restringere gli spazi democratici.
Sarebbe un errore gravissimo consegnarle questo risultato. Le responsabilità individuali vanno accertate nel rispetto delle garanzie dei singoli, ma 271 persone arrestate di cui 220 minorenni sono comunque una enormità. Se ci limitiamo a separare i buoni dai cattivi difficilmente avremo ancora la possibilità di confrontarci. I giovani sembrano interessarci soprattutto quando fanno casino. Molto meno quando denunciano la precarietà, l’impossibilità di pagare un affitto e l’assenza di prospettive. Ci accorgiamo di loro quando diventano un problema di ordine pubblico, non quando chiedono di essere presi sul serio.
Per questo la risposta non può essere soltanto repressiva. Dobbiamo portare questi ragazzi nelle piazze dello sciopero generale, mostrare che esiste una forza collettiva capace di incidere sui rapporti di potere senza distruggere ciò che incontra. Dobbiamo dimostrare che la rabbia può diventare rivendicazione e che la protesta può produrre risultati. Non si tratta di assolvere nessuno, e nessuno si deve sentire assolto. Si tratta di non abbandonare una generazione alla disperazione e poi indignarsi quando quella disperazione esplode. Se vogliamo contrastare la violenza, dobbiamo combattere anche le condizioni che la alimentano. Se vogliamo difendere la democrazia, dobbiamo restituire alle persone la possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano la loro vita.









