di Maurizio Tucci*
Corriere della Sera, 27 aprile 2026
L’uccisione a scuola di un ragazzo da parte di un compagno, il ferimento - sempre a scuola - di un’insegnante da parte di un suo alunno e l’uccisione di un uomo, da parte di un “branco” di adolescenti e giovani adulti, solo perché li aveva rimproverati mentre stavano lanciano bottiglie contro la vetrina di un negozio sono solo gli ultimi inquietanti casi di violenza che hanno per protagonisti dei giovanissimi. Ma c’è purtroppo una violenza quotidiana, non meno grave solo perché non sfocia sempre in tragedia, che gli adolescenti e i giovani adulti subiscono e agiscono, anche contro sé stessi, considerando che l’autolesionismo è, anch’esso, un fenomeno in netta crescita.
La violenza che aumenta - Dall’indagine sugli stili di vita degli adolescenti in Italia, realizzata da Laboratorio Adolescenza e istituto di ricerca Iard emerge che oltre il 57% degli adolescenti afferma che la violenza tra i giovani sta aumentando. Interessante osservare che sul fenomeno della violenza giovanile Fulvio Scaparro, psicologo e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza scriveva ventisei anni fa: “Negli ultimi anni ci siamo abituati a leggere sulla stampa notizie sempre più allarmanti sulle imprese di gruppi giovanili violenti. […] Pur non trattandosi di fatti del tutto nuovi, l’intensificarsi dell’allarme sociale per l’aumento della violenza di ragazzi e giovani riuniti in bande, costringe a interrogarci sulle cause del fenomeno, sulle particolarità che fanno di un gruppo una banda violenta, sulla diversità di comportamento tra l’individuo isolato e quello degli individui riuniti in gruppo”.
La violenza gratuita - Oggi è così. Scaparro parlava in modo allarmante del fenomeno 26 anni fa e se guardiamo un bel po’ più indietro non possiamo non far caso che uno dei romanzi cult dell’adolescenza del secolo scorso era “I ragazzi della via Pal” del quale credo sia inutile ricordare la trama, se non sottolineare che, alla fine, sia pure tra pianti, commozione e pentimenti, il morto ci scappa anche lì. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque? Anche il nostro attuale allarme risulta un po’ retorico, di maniera? In realtà una differenza tra la violenza di Via Pal, quella di fine secolo e quella di oggi probabilmente c’è. La violenza di oggi - quella di gruppo - appare ancora più scellerata perché sembra assolutamente senza motivazione. Atti di violenza gratuita che il branco perpetra non nei confronti di un nemico identificato e dichiarato, ma di chi capita a tiro. Senza un perché, senza un obiettivo, forse solo per un macabro divertimento che non sanno nemmeno gli infelici protagonisti dove li porterà. Non che le “motivazioni” (la conquista di un territorio per i ragazzi della via Pal o la politica per le generazioni X e Y ) possano mai giustificare la violenza, ma quanto meno possono circostanziarla e in qualche modo circoscriverla. Mentre la violenza individuale trova oggi fertilissimo brodo di coltura nella fragilità emotiva di una adolescenza incapace di reagire, spesso se non con la violenza, appunto, a frustrazioni che dovrebbero far normalmente parte del vissuto di quell’età (da un insuccesso scolastico, spesso anche banale, ad un rifiuto in ambito sentimentale, all’essere lasciati dal partner…). Violenza perpetrata, dicevamo, anche verso sé stessi, spesso fino alle estreme conseguenze considerando che il suicidio (non di rado agito in relazione a difficoltà scolastiche) è, dopo gli incidenti stradali, la prima causa di morte tra gli adolescenti.
Il ruolo di scuola e famiglia - A questo si aggiunge che gli adulti di riferimento più vicini, a partire proprio dai genitori, non sempre (per essere ottimisti) riescono ad essere un modello di equilibrio e di serenità, e il contesto sociale allargato appare oggettivamente sempre più caotico e insicuro. Ed anche la scuola non sembra riuscire ad assolvere al ruolo, con un tempo da dedicare alla cosiddetta educazione alla cittadinanza introdotto - come spesso capita da noi - con un decreto improvvisato senza alla base la costruzione di un progetto chiaro e attuabile. Completa il quadro l’essere costantemente “in vetrina” e sottoposti al giudizio collettivo, attraverso i social che in qualche modo sono diventati, attraverso il computo di followers e like, una sorta di misuratore ufficiale dal valore individuale, minando fortemente l’autostima e facendo spesso identificare la violenza come una delle poche (se non l’unica) vie di riscatto. In tutto questo il rispetto dell’altro ma, diciamolo pure senza falsi pudori, il valore della vita è arrivato ai minimi storici.
Le vite comprate dei videogiochi - Nell’analizzare il fenomeno molti addossano buona parte di colpa ai videogiochi violenti dei quali gli adolescenti si nutrono in abbondanza dallo svezzamento in poi. Videogiochi in cui l’obiettivo primario, di quelli di maggior successo, è uccidere i nemici e cercare di non farsi uccidere, ma dove comunque - male che va - si comprano altre vite e si riparte. “L’abitudine alla violenza virtuale - commenta Milena Santerini, pedagogista dell’Università Cattolica di Milano - lascia il posto troppo facilmente alla violenza reale, come se diventasse sempre più difficile per i ragazzi essere coscienti delle conseguenze dei loro comportamenti. Eppure, educare alla responsabilità significa proprio immaginare gli altri come persone, con le nostre stesse sofferenze e fragilità. Un’empatia che genitori, insegnanti e educatori devono per primi vivere e quindi saper comunicare”. Ed è importante che chi si occupa di adolescenza, a qualunque titolo, sia consapevole di quanto sia urgente mettere in pratica quanto auspicato da Santerini, perché la sensazione forte che si ha - tanto per rimanere nella metafora dei videogiochi - è che siamo davvero vicini, tutti, al game over.
*Presidente del Laboratorio Adolescenza Milano











