di Davide Ferrario
Corriere della Sera, 15 gennaio 2026
La baby gang di periferia che ruba il giubbotto al coetaneo è la copia patetica del presidente Usa che si prende quello che vuole perché “gli serve”. Le notizie sugli agenti della Penitenziaria feriti al Gleno in seguito a tafferugli con i detenuti mi hanno fatto pensare alle parole della direttrice del carcere, Antonina D’Onofrio, pronunciate durante un incontro pubblico a cui ero stato invitato per via dei miei dieci anni di volontariato, dal 2000 al 2010. Rispetto a quell’epoca, diceva D’Onofrio, è cambiato tutto. Oggi in galera non finiscono malviventi “strutturati”, ma principalmente soggetti con problemi di adattamento sociale; e per di più quasi tutti con dipendenze da psicofarmaci (cosa diversa dalla tossicodipendenza classica).
Il che trasforma la gestione delle prigioni in quella “trincea” di cui parlano i sindacati degli agenti: non si tratta solo di un problema quantitativo (l’insopportabile quanto “normale” sovraffollamento), ma qualitativo. Il comportamento di chi sta dentro è imprevedibile, e varia dall’autolesionismo all’aggressività.
Insomma, è come se la perdita dei valori della società di “fuori” (che aveva un suo balordo corrispondente nel codice della mala) si sia trasferito dentro, con gli stessi effetti. Basta un po’ di logica per collegare questo fenomeno a ciò che succede con la devianza giovanile di cui pure si occupano le cronache. I ragazzi girano col coltello in tasca, si dice. Però devo essere onesto: alla loro età, per andare al Sarpi, io nello zainetto mi tenevo un martello. Mai usato: e mi chiedo se lo avrei mai fatto. Erano gli anni di piombo, un periodo di violenza molto peggiore di quella di oggi. Allora la violenza accadeva in nome di ideali; oggi per fregare un telefonino o anche meno. Non sto dicendo che c’è una scala morale. Sto dicendo che la violenza giovanile esprime lo spirito dei tempi.
Infatti quella degli anni Settanta finì con il declino della rivolta. Per quella di oggi, meno traumatica in termini di morti ma più inquietante come pervasività sociale, non si vede invece una fine, perché i ragazzi non fanno che replicare i modelli con cui vengono “educati”. La baby gang di periferia che ruba il giubbotto al coetaneo è la copia patetica del presidente Usa che si prende quello che vuole perché “gli serve”. In questo senso bisogna essere davvero preoccupati: perché non si tratta di combattere un male che viene da fuori, ma che si genera all’interno stesso del corpo sociale. Un conflitto a bassa intensità ma potenzialmente infinito che non si risolve trasferendolo da “fuori” a “dentro”: dalla strada alla galera, dove il cerchio si chiude.










