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di Giusi Fasano

Corriere della Sera, 28 settembre 2026

Bisogna iniziare a fare qualcosa per tutelare i nostri figli. Per cominciare, sarebbe necessaria “una campagna nazionale - una chat o un profilo dedicati - per parlare a chi è finito in una di queste trappole, ha paura di uscirne o pensa di essere indagato. È urgente”. Cos’altro deve accadere per agire, finalmente, sul tema della violenza in Rete? Aspettiamo che il prossimo ragazzino riesca a uccidere la sua prof in diretta su qualche oscuro gruppo online? Dovrebbe essere chiaro a tutti, si spera, che non è più tempo di rimanere immobili alla finestra a guardare adolescenti che si fanno (e fanno) del male dopo essere finiti preda di adescatori, manipolatori e ricattatori del Web. Chat deliranti, piattaforme che nemmeno fingono di imporre il benché minimo controllo, gruppi (quasi sempre internazionali) che definire criminali è un eufemismo. È come se un ragazzino/a camminasse da solo di notte lungo una strada buia e piena di pericoli di ogni genere. Se fosse vostro figlio lo lascereste andare?

Il più delle volte lui (o lei che sia) è vulnerabile, con fragilità psicologiche e con una compagna di vita ingombrante: la solitudine. Spesso si comincia dai videogiochi: da questa parte c’è quel ragazzino/a che ha imboccato la strada buia; dall’altra c’è qualcuno che si finge coetaneo, gioca, offre amicizia, chiede informazioni, guadagna confidenze e fiducia. Fino a chiedere più intimità su altri canali, diversi dal videogioco. Basta accettare e si entra in un mondo di sabbie mobili. Ogni scroll si affonda un po’ di più verso la dipendenza, a volte ottenuta con i ricatti, altre volte con la manipolazione. Parliamo di richieste di video a sfondo sessuale, di atti di autolesionismo; di filmati violentissimi, di radicalizzazione per aspiranti assassini, di contenuti suprematisti, nazisti, di manuali per costruire armi, di consigli per il suicidio, di stragisti celebrati come eroi… Parliamo di telefonino inondato di immagini pedopornografiche e “se non fai quello che ti chiedo mando tutto alla tua famiglia o alla polizia”.

Trappole per ragazzetti/e che si isolano sempre più nelle loro stanze a chattare o a preparare azioni violente da esibire in diretta, com’è successo con i due tredicenni che hanno accoltellato le loro professoresse. Ha ragione Serena Mazzini, scrittrice nonché una delle più grandi esperte, in Italia, di mass media e linguaggi dei nuovi media. Alla nostra Francesca Angeleri spiegava che davanti a tutto ciò, per cominciare, sarebbe necessaria “una campagna nazionale - una chat o un profilo dedicati - per parlare a chi è finito in una di queste trappole, ha paura di uscirne o pensa di essere indagato. È urgente”, diceva. Molto urgente, aggiungiamo noi.