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di Don Antonio Mazzi

Oggi, 9 aprile 2026

L’urgenza di recuperare le parole è oggi un imperativo morale, perché sono le prime vittime di questo modo inspiegabile di vivere. L’esperienza di Exodus ci ha permesso di cogliere l’importanza della “parola”, facendone uno dei valori portanti e strumenti educanti. Oggi, purtroppo, abbiamo sottovalutato la potenza che va ridata alla Parola. L’errore più grave sta nell’aver costruito un ripostiglio ideologico dove archiviare i termini per usarli a piacimento. In questo periodo, ad esempio, ci fa gioco tirare fuori la parola “violenza” e manipolarla secondo convenienza: ora in chiave scientifica, ora educativa, ora ricreativa, ora puramente repressiva. Per molti, la parola “violenza” è diventata l’unico metro di giudizio per giustificare una deriva pericolosa: quella di confondere la giustizia con la vendetta-violenza, il rimedio con la cella-galera. Tutti dovremmo avere il coraggio di fermarci - magistratura, forze dell’ordine ed educatori in primis - perché continuando così rischiamo di “prostituire” il senso del vivere civile.

Dobbiamo trovare parole che sappiano non solo “disarmare la violenza”, come aveva detto anche Papa Francesco, ma sostituirla con gesti di prossimità. Perfino Dio, prima di “entrare nel mondo” per cambiarlo, si è fatto Parola. Se il Creatore ha scelto il linguaggio per farsi carne, perché noi educatori non lavoriamo per costruire nuove parole e nuove relazioni, invece di inventare nuove punizioni? La strategia educativa sta tutta qui: trovare parole capaci di modificare i gesti e trasformare il “diluvio” dei fatti di cronaca nera in battesimo nel Giordano. Dobbiamo far sì che la gente di strada, e non solo, trovi l’acqua della pace, dell’amicizia, della prevenzione e dell’educazione, invece del metal detector, e dell’aumento dei tempi e dei metodi carcerari con l’ennesimo inasprimento delle pene.

Forse sto chiacchierando inutilmente, ma in tutto questo chiacchierare, mi risuona da un po’ una parola che mi piacerebbe cominciassimo a utilizzare noi che lavoriamo tutti i giorni coi i ragazzi e viviamo quotidianamente con loro utilizzando gli strumenti dell’educazione. Eccola. E se chiamassimo le nostre case di accoglienza, le nostre comunità, “villaggio”, potrebbe già la stessa parola farci cambiare lo sguardo? In questo scenario arido, la parola “villaggio” brilla di una luce diversa. È una parola capace di scardinare quei meccanismi che da tempo arrugginiscono la nostra speranza.

È il vocabolario che ha permesso a noi di Exodus di vivere 40 anni accanto a ragazzi che il mondo definiva “ospiti”, ma che per noi erano “ragazzi in cammino”, coinvolti e impegnati in progetti educativi personali e di gruppo, come le carovane. Il villaggio non recinge, accoglie. Il villaggio non isola, mette in rete. Questa parola può restituire dignità a un lessico oggi defraudato e svuotato di senso. Dobbiamo avere il coraggio di fermarci e cercare le parole rimaste incastrate tra la lama di un coltello e l’urlo di una rissa. Il villaggio è la proposta educativa a cui stiamo pensando anche per i prossimi 40 anni della mia Fondazione, una sorta di “Exodus due”, una proposta che deve portare segni ben diversi, capaci di percorrere territori che possono stravolgersi anche da un momento all’altro e noi dovremo essere sempre pronti a intervenire.