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di Francesca Fimiani*

Il Manifesto, 28 luglio 2026

Dal 23 luglio - dall’approvazione del disegno di legge che modifica il criterio di accertamento dell’imputabilità dei minori tra 14 e 18 anni - si può presumere che un individuo in questa fascia di età sia in grado di comprendere le implicazioni, la gravità e le conseguenze delle proprie azioni. Concentrando tutta l’attenzione su questo punto, forse speriamo di vedere esaurirsi il disagio giovanile nella colpa di una singola persona, in un gesto violento e nella sua eventuale punizione. Quello, però, è solo l’ultimo capitolo della storia. Per comprenderla davvero e provare a cambiarla, bisogna fare lo sforzo di tornare indietro e sfogliare quel libro dall’inizio.

Da più di un decennio Giralangolo si impegna a indagare il mondo dei giovani adulti: un mondo sfaccettato e complesso, in continuo cambiamento, esposto alle intemperie della vita e primo specchio dei problemi della società. Ci siamo confrontati spesso con la rabbia delle nuove generazioni. Di persona, grazie all’incontro con lettrici e lettori da un capo all’altro del Paese. E attraverso i testi che pubblichiamo: romanzi che raccontano una realtà dura, non edulcorata, che si esprime talvolta anche in maniera violenta. Ed è emerso questo: nei romanzi che raccontano adolescenti violenti quasi mai il protagonista pensa al codice penale. Pensa a non fare la figura del codardo davanti agli amici. Pensa a vendicarsi. Pensa a essere finalmente visto. Oppure non pensa affatto. La sua consapevolezza giuridica non è mai davvero il nocciolo della questione.

La violenza si presenta in assenza di linguaggio. Chi la esercita può possedere gli elementi per leggere la realtà - riconosce l’ingiustizia, l’umiliazione, la mancanza di prospettive - ma non ha ancora le parole e gli strumenti per trasformare quella consapevolezza in una richiesta di ascolto. La violenza offre invece una traduzione immediata: individua un nemico, assegna un obiettivo, produce appartenenza e restituisce l’illusione di aver ripreso il controllo. È un’identità distruttiva, che nasce per sottrazione: non dice chi si è, ma soltanto chi non si vuole essere.

La giustizia può concentrarsi sull’atto, ma la cultura, la scuola, la società hanno il compito di provare a cambiare la storia che lo precede. La letteratura per ragazzi viene in aiuto proprio in questo senso. Quanta povertà emotiva, quanta solitudine, quanta desensibilizzazione sono state necessarie per arrivare a quell’atto estremo?

Connor O’Neill, il protagonista del romanzo Rime contro di Brian Conaghan, vive in una periferia industriale dilaniata dalla lotta tra gang. Cresce in una comunità senza lavoro, con una scuola percepita come aliena, spazi di aggregazione inesistenti e nessuna fiducia nelle istituzioni. È la descrizione di una realtà che vorremmo non fosse così familiare. E intervenendo soltanto quando il disagio è diventato reato, aumentando la punibilità, la radice del problema rischia di restare inalterata. La storia di Connor ci allena a fare una cosa importante: guardare un ragazzo violento senza assolverlo, e allo stesso tempo senza ridurlo alla sua violenza.

Non si tratta di opporre responsabilità ed educazione, ma di costruire una responsabilità capace di produrre consapevolezza, riparazione e cambiamento, andando oltre la colpa e la pena. Un sistema di rieducazione minorile dovrebbe essere giudicato non soltanto dalla capacità di punire, ma da quella di impedire che un irrimediabile errore diventi il destino di una persona.

*Editor di Giralangolo, marchio per infanzia e young readers di Edt