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di Giuseppe Salvaggiulo


La Stampa, 8 marzo 2021

 

I maltrattamenti in famiglia sono il reato che precede i femminicidi: insulti e vessazioni, fino alle botte. Stando tutti più in casa, aumentano. Ma le denunce calano. Facciamo abbastanza per intervenire prima che sia troppo tardi?

Cesare Parodi è un tipo preciso. Procuratore aggiunto di Torino, per anni si è occupato di reati informatici: hacker, server, file di log, spear phishing e privilegi di root. Ad aprile dell'anno scorso, durante il lockdown, è stato messo a capo del pool "fasce deboli", i magistrati che si occupano di reati in danno di donne, anziani, minori, disabili.

Nell'ufficio al settimo piano del palazzo di giustizia sfoglia le ultime denunce per maltrattamenti in famiglia. Insulti, vessazioni, umiliazioni. "Mi fai schifo". "Sei sciatta". "Sei sporca". "Non sei buona nemmeno a cucinare". "Non servi a niente". Impilando le denunce come fa ogni giorno da un anno, il pm Parodi depone gli occhiali e alza lo sguardo: "Per me è stato un bagno drammatico nella realtà". Violenza domestica è ogni forma di violenza fisica, psicologica o sessuale e riguarda tanto soggetti che hanno, hanno avuto o si propongono di avere una relazione intima di coppia, quanto soggetti che all'interno di un nucleo familiare più o meno allargato hanno relazioni di carattere parentale o affettivo.

Non sono parole. Sono reati. Il reato previsto dall'articolo 572 del codice penale punisce i maltrattamenti in ambito familiare. Maltrattamenti sono comportamenti prevaricatori, vessatori e oppressivi ripetuti nel tempo, tali da produrre nella vittima una sofferenza fisica o morale. Sono il rumore di fondo delle violenze domestiche, di cui ci accorgiamo solo quando diventa sangue. Troppo tardi. I femminicidi (dodici nei primi due mesi del 2021) finiscono sui giornali e in televisione. I maltrattamenti, no.

Alla fine di gennaio, come sempre, si sono svolte le cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario. Le relazioni dei più alti magistrati hanno sottolineato le statistiche sui reati, in calo costante. Gli omicidi volontari, per esempio, l'anno scorso sono stati 268, con un calo del 14% rispetto al 2019 e dell'86% rispetto al 1991, anno del picco. Ma la quota di omicidi con vittime donne cresce: era del 35% nel 2017, è arrivata al 42% nel 2020. Allarmante è anche il dato delle donne uccise nell'ambito di relazioni affettive. Detto in termini non statistici, le donne continuano ad essere uccise da coloro che "le amano" e in maniera sempre più intollerabilmente costante.

Il pool "fasce deboli" della Procura di Torino apre dieci fascicoli al giorno. Nel 2020 quelli per maltrattamenti sono stati 1047 (di cui 138 con arresti). Quasi tre al giorno. Seguono stalking (435 casi, con 56 arresti), lesioni (301) e violazione di obblighi di assistenza familiare (300). Spiega il pm Parodi che i maltrattamenti in famiglia non sono solo il reato più diffuso, ma anche quello "tragicamente più trasversale" dal punto di vista etnico, mentre dal punto di vista sociale si concentra ovunque c'è "debolezza economica delle donne".

Nel 2019 la legge denominata "codice rosso" ha creato nuovi reati, aggravato le pene, dedicato un canale preferenziale per le indagini, previsto appositi percorsi di assistenza per le vittime e di riabilitazione per i colpevoli.

Nel 2020 la ridotta mobilità dovuta alle misure anti Covid ha aumentato la conflittualità in famiglia. Secondo il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, a pagare il prezzo maggiore sono stati "i soggetti vulnerabili, esposti al rischio di esplosione delle tensioni endo-familiari". Donne, bambini.

Ma la pandemia ha anche indebolito tutti i presidi sociali e ridotto la propensione alla denuncia. Inoltre la riabilitazione sociosanitaria "ha effetti non immediati", spiega il pm Parodi, per cui l'intervento repressivo è ancor più importante. In un caso su due la Procura valuta una misura cautelare per impedire un'escalation violenta. Nel corso della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario, il vertice della magistratura italiana, Pietro Curzio, primo presidente della Cassazione, ha detto: "Numerosi uffici segnalano che nell'anno appena trascorso, in assenza di quella stanza di compensazione che è la scuola e di attività esterne, si è riscontrato un silenzioso aumento dei maltrattamenti in famiglia verso minori".

La parola chiave è "silenzioso". Sinonimo di "sommerso". Così la Procura di Milano spiega la diminuzione di denunce a Milano: 1864 fascicoli aperti per maltrattamenti nell'anno del Covid contro i 2281 dell'anno precedente. Tendenza analoga per le lesioni personali (da 880 a 639), uno dei cosiddetti "reati spia" di una grave situazione di disagio familiare.

"Non si tratta di una ritrovata pace familiare - dice Maria Letizia Mannella, procuratore aggiunto e capo del pool "fasce deboli" a Milano - ma di una diminuzione legata alla paura delle vittime, costrette alla convivenza forzata e isolata con chi le maltratta, a subire una pressione psicologica che impedisce loro di chiedere aiuto".

Durante il lockdown, il 78% dei centri anti violenza ha dichiarato di aver registrato una diminuzione nel numero di nuovi contatti. Dai dati del Telefono Rosa risulta che le telefonate nelle prime due settimane di marzo sono diminuite del 55,1% rispetto al 2019. La casa non è sempre un posto sicuro. Tra gli omicidi che riguardano donne, otto su dieci sono commessi in ambito familiare e affettivo: quindici anni fa erano sei su dieci. Analizzando i dati sulle vittime di violenze domestiche, si scopre che il 60% ha meno di 45 anni. Le vittime sono minorenni in sette casi su 100. Gli autori delle violenze sono minorenni in 2 casi su 100.

I maltrattamenti "sommersi" hanno una specificità per i bambini, troppo piccoli per chiedere aiuto. Per tutelarli, un ruolo decisivo è affidato alla scuola. Ma nell'ultimo anno la possibilità di essere salvati è diminuita proporzionalmente alla presenza fisica nelle scuole. Il pool di magistrati milanesi ha riscontrato un aumento di ragazzi adescati sul web e di denunce di abbandono di minori.

Lontani da maestri, educatori, da chi "sorveglia" la loro crescita hanno subìto e basta. In molte famiglie, non potendosi permettere babysitter, per accudire i figli i genitori si rivolgono a vicini di casa e conoscenti. Non sempre persone idonee. Rimpiangeremo a lungo di non aver evitato questi disastri I dati delle denunce di maltrattamenti in ambito familiare non sono omogenei nei diversi periodi del 2020. Nei mesi del lockdown (marzo-maggio) sono diminuite. Poi sono tornate ai livelli abituali.

Chi lavora sul campo, spiega Alessandra Simone, dirigente della sezione anticrimine della Questura di Milano, ha constatato "l'esplosione di aggressività, atteggiamenti prevaricatori e pieni di rabbia, violenza psicologica oltre che fisica: quindi minacce, insulti e botte". Valutare le segnalazioni di maltrattamenti in famiglia richiede una specifica preparazione. Anche perché la tempistica e la tipologia dell'intervento sono decisivi: se si agisce troppo tardi o senza proteggere adeguatamente la vittima, si rischiano conseguenze irreparabili. Sia nella magistratura che nelle forze di polizia, si sono create figure ad hoc per questo tipo di reati. Ma l'isolamento sociale causato dalle misure restrittive anti Covid ha reso più problematico anche questo lavoro di "pronto soccorso".

"Il timore di far entrare estranei in casa ha coinvolto anche noi poliziotti", dice Alessandra Simone. Primi giorni di aprile. All'alba arriva una telefonata alla Questura di Milano. A chiamare una donna di 78 anni in lacrime. Dice che non ce la fa più con il figlio di 42 anni, tossicodipendente che vive con lei. Nella notte la situazione è degenerata: le ha impedito di andare in camera da letto, costringendola a guardarlo mentre, sul divano del soggiorno, continuava a scolarsi birre. Poi ha minacciato di ucciderla, l'ha spinta sulla poltrona, l'ha presa per il collo, le ha tirato i capelli, l'ha tenuta a testa in giù. Dopo averla lasciata, ha ripreso a bere. Solo quando s'è addormentato completamente ubriaco, la mamma ha trovato la forza di comporre il 112.

La polizia ha arrestato l'uomo, poi sottoposto a sorveglianza speciale. In passato, di fronte alle prime intemperanze verbali, era stato destinatario di un ammonimento del questore. Un provvedimento introdotto nel 2009 dalla legge sullo stalking, per consentire un intervento (una specie di ultimatum) anche nei casi in cui la vittima è restia a denunciare, facendo emergere fenomeni altrimenti "sommersi".

Storie come queste sono all'ordine del giorno, anche se passano inosservate alla cronaca. Spie di un fenomeno - i maltrattamenti di figli sui genitori - in crescita nel 2020 ed "erroneamente trascurato sebbene sia una piaga sociale", sostiene il pm torinese Parodi snocciolando la casistica che arriva sulla sua scrivania: vessazioni, botte, richieste di denaro accompagnate da rifiuto di assistenza, danneggiamenti di arredi domestici, umiliazioni verbali con frasi tipo "Sei un fallito" o "Guarda che vita di merda che fai".

La pandemia ha rotto alcuni argini sociali. Con un'aggravante: raramente i genitori trovano la forza di denunciare i figli e in ogni caso, quando vengono sentiti da magistrati e forze dell'ordine, tendono a sottovalutare, complicando la reale comprensione della situazione. Le situazioni di disagio non vengono più compensate da strutture esterne come medici e servizi sociali. La mancanza di un monitoraggio costante ha portato a sfoghi di rabbia incontrollata sui genitori.

La pandemia ha reso più problematiche anche le misure a tutela delle vittime come la collocazione in strutture protette. Allontanamenti necessari in casi come quello capitato a Milano durante il lockdown: un uomo aveva smesso di prendere farmaci e frequentare il Cps (Centro psico-sociale), prendendosela con moglie e due figli adolescenti: bamboline impiccate in camera, foto scarabocchiate, scritte con insulti sui muri.

"Le storie più penose - dice il pm Parodi - sono quelle delle donne che ci spiegano di aver deciso, nonostante i maltrattamenti, di fare un altro figlio con lo stesso uomo". Per queste vittime è fondamentale l'assistenza psicologica. Ma la Procura di Torino, che ha competenza su un territorio con circa 2 milioni di abitanti, ha solo due assistenti sociali. Tanto che ha dovuto sottoscrivere una convenzione con l'associazione carabinieri in pensione per farsi dare una mano.

Le donne ridimensionano i maltrattamenti e giustificano gli uomini in diversi modi. "Da quando mio marito ha perso il lavoro...". "Il fatto di stare in casa...". "Dopo la nascita di nostro figlio...".

La minaccia di ritorsione sui parenti della donna è un fattore di freno alle denunce. Vicende che sembrano tutte uguali, fatte di sofferenza acuita dall'assenza di contatti con l'esterno, dalla perdita di punti di riferimento cui rivolgersi per chiedere aiuto

Per questo, come ha scritto il capo della polizia Franco Gabrielli nel dossier "Un anno di codice rosso" pubblicato nel novembre scorso, "gli esperti parlano di approccio olistico, capace di coinvolgere tutti gli attori sociali". A livello internazionale si parla di 5 P: prevenire le violenze, proteggere le vittime, punire i colpevoli, procurare i risarcimenti, promuovere una cultura nonviolenta.

Un aumento di maltrattamenti in famiglia è stato registrato in tutti i Paesi durante la pandemia. Il Portogallo ha registrato un aumento del 180% delle richieste di aiuto telefonico nel periodo marzo-giugno. Negli Stati Uniti le violenze domestiche sono cresciute fino al 30%. La Francia ha varato un piano per assistere le vittime, finanziando 20mila prenotazioni alberghiere, dotando i centri anti violenza con 1 milione di euro e creando punti di assistenza nei supermercati e nelle farmacie. L'Olanda ha creato un codice specifico per la richiesta di farmaci a domicilio, da cui le farmacie deducono una richiesta di aiuto da girare alle autorità.

E noi, in Italia, stiamo facendo abbastanza? A fine aprile 2020 il governo ha pubblicato un bando per rimborsare con 5,5 milioni di euro Case rifugio e Centri antiviolenza, 553 strutture riconosciute dalle Regioni in tutta Italia, per interventi di adeguamento sanitario ai protocolli di sicurezza anti Covid. Ogni Casa rifugio poteva chiedere fino a 15mila euro, ogni Centro anti violenza fino a 2500 euro. La richiesta di una fideiussione ha impedito la partecipazione ai centri non in grado di avere una tale garanzia dalle banche. Dieci mesi dopo, solo il 13% delle strutture che hanno chiesto il contributo l'ha ottenuto. Il 12% ha ottenuto un acconto. Il 50% non ha ancora ottenuto un euro. Molte non sanno nemmeno se la domanda è stata accolta o no.

Su circa 700 centri di assistenza attivi in Italia, poco più di cento hanno avuto effettivamente accesso ai finanziamenti pubblici. Secondo l'associazione D.i.Re "Donne in Rete contro la violenza", il bilancio dell'iniziativa è "sconcertante" e significativo della "poca considerazione che le istituzioni hanno nei confronti delle organizzazioni che sono ogni giorno attive per contrastare la violenza contro le donne e per sostenere nei percorsi di uscita quelle che la vivono". No, non stiamo facendo abbastanza.