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di Flavia Amabile


La Stampa, 16 luglio 2021

 

Dal rapporto sulla violenza di genere approvato dalla Commissione d'inchiesta del Senato emerge che 9 procure su 10 trascurano il fenomeno. La violenza contro le donne è ancora una sconosciuta per la giustizia. Invisibile per i tribunali civili, trascurata in 9 procure su 10. Nella magistratura in tre anni sono stati organizzati sei corsi di aggiornamento sulla violenza di genere in gran parte frequentati da donne. Tra gli avvocati, sempre in tre anni, lo 0,4% ha partecipato a eventi di formazione. Molto è stato fatto e alcuni tribunali rappresentano degli ottimi modelli con pratiche da diffondere, ma la Convenzione di Istanbul, che prescrive di rendere concreti il diritto delle vittime alla protezione, resta in larga parte ancora disattesa. Le consulenze tecniche d'ufficio, che spesso decidono sulle capacità genitoriali, vengono affidate anche a esperti non specializzati nella violenza di genere. Né viene riconosciuta la violenza domestica alla base di separazioni e divorzi, perché i procedimenti civili e quelli penali per maltrattamenti e violenza procedono la maggior parte delle volte in parallelo, senza alcuno scambio di informazioni. Se, quindi, tanti casi di violenza contro le donne non vengono interpretati in modo corretto la causa è proprio la mancanza di una formazione e una specializzazione che permettano di riconoscere e affrontare con efficacia i casi che si presentano, sanzionare, prevenire escalation, sostenere le donne che denunciano.

Sono le principali conclusioni del "Rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria", approvato il 17 giugno dalla Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere, che verrà presentato venerdì 16 luglio nel corso del convegno "Giustizia e violenza contro le donne: riconoscere per perseguire", presso la Sala Zuccari del Senato.

L'indagine è stata svolta tra dicembre 2019 e il 2020 somministrando questionari a procure, tribunali ordinari, tribunali di sorveglianza, Consiglio superiore della magistratura, Scuola superiore della magistratura, Consiglio nazionale forense e ordini degli psicologi, focalizzando l'attenzione sul triennio 2016-2018. L'obiettivo era capire come ogni settore della giustizia percepisse la violenza contro le donne e riuscisse a riconoscerla.

Le procure sono gli uffici più direttamente coinvolti nell'azione di contrasto alla violenza di genere e domestica, per le funzioni inquirenti e perché insieme alla polizia giudiziaria assicurano l'immediato intervento dello Stato quando vengono commessi i reati. Hanno risposto al questionario 138 procure su 140. Su un totale di 2045 magistrati requirenti, il numero di quelli assegnati a trattare nel 2018 la materia specializzata della violenza di genere e domestica è pari a 455, il 22 per cento del totale. Tuttavia non necessariamente i magistrati specializzati si occupano soltanto di violenza contro le donne e, viceversa, non sempre i procedimenti sulla violenza vengono affidati a magistrati specializzati. Nel 10,1 per cento delle procure, di piccole dimensioni, non esistono magistrati specializzati, nel 77,5 per cento è stato costituito un pool specializzato che però tratta anche altro rispetto a "soggetti deboli e vulnerabili", mentre solo una minoranza di procure, il 12,3 per cento, segnala l'esistenza di un gruppo di magistrati specializzati esclusivamente dedicati. Nel 90 per cento delle procure esistono dunque magistrati specializzati, ma i provvedimenti per violenza non vengono per forza affidati a loro.

Nel complesso, solo nel 12 per cento delle procure emerge attenzione ai temi della violenza e un elevato livello di consapevolezza. Passando a esaminare i tribunali civili l'analisi ha evidenziato una sostanziale invisibilità della violenza di genere e domestica nei tribunali civili e, in generale, una situazione più arretrata rispetto alle procure. La rilevazione si è riferita al triennio 2016-2018 e hanno risposto 130 tribunali su 140. Nel 95 per cento dei tribunali non vengono quantificati casi di violenza domestica emersi nei casi di separazione giudiziale, di scioglimento e cessazione degli effetti civili di matrimonio e in quelle sui provvedimenti riguardo ai figli, come pure non sono quantificate le cause in cui il giudice dispone una Ctu nella materia. Ciò attesta una sostanziale sottovalutazione della violenza contro le donne. Il 95 per cento dei tribunali non è in grado di indicare in quante cause il giudice abbia disposto una consulenza tecnica d'ufficio, che viene utilizzata soprattutto per l'accertamento delle capacità genitoriali e accertamenti di natura psicologica. Il 95,5 per cento dei tribunali ha dichiarato di non riuscire a nominare consulenti tecnici di ufficio che possiedono una specializzazione in materia di violenza di genere. Soltanto nel 31,5 per cento dei tribunali vengono sempre acquisiti atti e provvedimenti del procedimento penale che riguarda le stesse parti della causa civile nei casi di violenza domestica. Solo nei tribunali di Benevento, Bologna, Enna, Macerata, Palermo e Roma sono state adottate linee guida, protocolli e accordi per la collaborazione tra varie istituzioni nei procedimenti per violenza.

Se si passa a osservare la situazione della magistratura si incontra un forte disinteresse. Nei tre anni dal 2016 al 2018 la Scuola superiore della magistratura ha organizzato 6 corsi di aggiornamento in materia di violenza di genere, frequentati nel 67 per cento dei casi da donne. I corsi riguardavano soprattutto il settore civile delle separazioni, dei divorzi e dei provvedimenti riguardanti i figli. A livello distrettuale, nello stesso periodo, sono stati organizzate 25 iniziative di formazione, che hanno visto il coinvolgimento di circa il 13 per cento dei magistrati, contro il 5% dei frequentanti quelle della Scuola superiore della magistratura. Per quanto riguarda gli avvocati, dai dati comunicati dal Consiglio nazionale forense, dal 2016 al 2018 sono stati organizzati più di 100 eventi in materia di violenza di genere e domestica, ai quali hanno partecipato oltre 1000 avvocati (su un totale di 243 mila), di cui l'80 per cento donne. In tre anni, dunque, solo lo 0,4 per cento degli avvocati ha partecipato a eventi formativi in materia di violenza di genere e domestica. Anche per gli psicologi si deve prendere atto di una generalizzata carenza di sensibilità alla formazione e alla costituzione di gruppi di lavoro specifici per consentire agli psicologi che svolgono attività di consulenza e di perizia nel processo sia civile che penale di acquisire anche una formazione specifica forense.