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di Rosalina Salemi

Corriere della Sera, 26 agosto 2023

L’80 per cento dei femminicidi ha origine dai maltrattamenti in casa. “Dobbiamo mettere in sicurezza le vittime e rieducare gli uomini” dice la questora che ha inventato un protocollo speciale, partito da Milano e oggi operativo in 70 città. Forse ci voleva una che ha combattuto contro la ‘ndrangheta per affrontare temi come la violenza sulle donne.

Quando Alessandra Simone, oggi questora (o questore, non le importa) di Savona, ha cominciato, nel 1993, a indagare sul clan Piromalli, i sospetti erano tanti, le condanne e gli arresti, zero. Con lei a capo della Squadra Mobile di Gioia Tauro (Criminalpol di Reggio Calabria), sono arrivate le manette e poi gli ergastoli. Si è sempre sentita un’investigatrice, perciò, quando è arrivata a Milano nel 2017 e le hanno offerto di occuparsi di “soggetti deboli” si è messa a studiare.

Avvocata, con un master di secondo livello in criminologia, abuso all’infanzia, psicologia del trauma, ha avuto un approccio più scientifico che emotivo. E ha funzionato. Il protocollo Zeus, contro violenza domestica e stalking, partito da Milano nel 2018 oggi è operativo in 70 città, e aumenteranno. Ma non basta, perché le donne continuano a essere uccise. Nei primi sei mesi di quest’anno sono state sessanta, ventotto ammazzate dal compagno o dall’ex. Come rivoluzionaria forma di comunicazione, Alessandra Simone ha scelto Un altro domani, docufilm di Silvio Soldini e Cristiana Mainardi, un puzzle di storie, alcune terribili, altre a lieto fine. E lo accompagna al Festival della Mente (1-3 settembre, vedi riquadro nella pagina seguente) così chi non lo conosce ancora, scoprirà il “Protocollo Zeus”, che forse permetterà di avere “un altro domani”.

Com’è cambiato il suo lavoro, dalla criminalità organizzata alla violenza domestica?

Ho studiato per due anni. Ho cercato di capire che cosa può fare la polizia: molto. Mi sono trovata in un mondo completamente nuovo. Mi ha sorpreso il senso di colpa che provano le donne, anche quelle aggredite da sconosciuti. Per sintetizzare, abbiamo un problema. La parità non esiste. Parità significa zero femminicidi.

Che cosa l’ha colpita quando ha incontrato le donne maltrattate?

Ho diretto anche la Sezione Omicidi della squadra mobile. Quando una persona è stata assassinata, ti affidi ai tecnici: il medico legale, la scientifica, gli esperti che faranno “parlare” il corpo. Ma trovarsi di fronte a una donna violentata, abusata, è lacerante per chi parla e per chi ascolta. Vedi un’anima spezzata. Dai racconti ho imparato SEGUITO che, per quanto siano importanti, le esigenze dell’indagine devono rispettare i tempi della vittima. Devi perquisire, interrogare, controllare il cellulare, ma devi anche usare l’empatia.

Perché tante restano dentro situazioni violente?

Molte hanno sentimenti ambivalenti. Vogliono andarsene, ma lui sa come convincerle a restare. Qualcuna si sente un po’ crocerossina: io lo salverò. Qualche altra pensa: con me cambierà. C’è chi ha paura e chi non vuole rompere per amore, o perché ci sono figli. Ma il fenomeno è trasversale, riguarda tutte le classi sociali e tutti i livelli di cultura. Il femminicidio è il fallimento del sistema. Arrivi quando la donna è morta. Bisogna pensarci prima. Il 75-80 per cento dei femminicidi ha origine dai maltrattamenti in famiglia.

E lei che cosa ha pensato di fare?

Abbiamo cominciato con il protocollo Eva, che riguarda il primo intervento, quando c’è stata una lite in famiglia (violenta, uno schiaffo). L’idea mi è venuta grazie a un convegno internazionale del 2005. I colleghi svedesi hanno elaborato una strategia che codifica i segnali di una situazione a rischio. Oggi in Italia gli interventi confluiscono in una banca dati interforze, e le informazioni inserite nel sistema rimangono a disposizione. Così gli operatori sono preparati a intervenire e possono, anche loro, inoltrare la segnalazione per far scattare il Protocollo Zeus.

Un nome di battaglia?

Bè sì. Zeus, il padre degli dei è l’archetipo dell’uomo che deve appagare il suo bisogno di controllo. Noi dobbiamo fermarlo prima che diventi un maltrattatore incallito. Se lo facciamo all’inizio, possiamo obbligarlo a un trattamento terapeutico.

Come funziona?

Gli notifichiamo l’ammonimento, un provvedimento amministrativo, per intimargli di interrompere qualsiasi forma di aggressione anche verbale. Se lo viola, avrà delle conseguenze. La segnalazione può partire da un vicino di casa, da un infermiere, da un parente, sempre con la garanzia dell’anonimato. All’ammonito prendiamo un appuntamento con il Centro partner (Cipm), specializzato nel contrasto alla violenza e nei conflitti interpersonali, e lo avviamo a un trattamento. A questa procedura pochi si sottraggono. Ogni due tre-mesi la situazione viene valutata, e una volta presi in carico, questi uomini non li molliamo. Le recidive, tra chi ha accettato il trattamento, si sono ridotte del 90 per cento.

Lei ha dedicato il suo Ambrogino d’oro, il premio più importante della città di Milano, a una donna che non è stato possibile salvare…

A Roberta Priore, assassinata a Milano nel 2019 dal suo compagno, che poi si è suicidato in carcere. Quattro giorni prima le volanti erano entrate a casa loro per una lite verbale, due giorni dopo c’era stato un altro allarme e avevamo preparato subito l’ammonimento. Quando abbiamo telefonato per comunicarlo, Roberta era appena stata uccisa. Allora ho chiamato i ragazzi della Divisione Anticrimine di Milano, che all’epoca dirigevo (erano due al mio arrivo, sono diventati dieci) e ho spiegato che quella era la strada giusta. Eravamo affranti, però c’eravamo, l’avremmo salvata e avremmo salvato anche lui. Due vite. Ecco perché dobbiamo arrivare ancora prima.

Che cosa è sbagliato?

Considerare gli uomini soltanto come antagonisti. Dobbiamo rieducare, senza sminuire la gravità dei fatti, ma facendoli comprendere. Dobbiamo mettere in sicurezza le donne, aiutarle a denunciare, offrire sostegno. Oggi, per fortuna, non ci sono più poliziotti che dicono alla moglie maltrattata: vai a casa e fai pace con tuo marito. Ma se non lavoriamo anche sull’uomo, avremo salvato soltanto quella donna e lui potrà cercarne altre. Lo vediamo con gli stalker. Pensano di essere nel giusto, non capiscono l’invasione della sfera privata. Dicono: non facevo che preoccuparmi di lei, mandavo rose, messaggi, regali, che c’è di male?

Riesce a essere ottimista?

Sono poliziotta e calabrese, perciò diffidente, eppure riesco a essere ottimista. Il film, dal quale è nata una bella amicizia con Cristiana Mainardi, che ha fatto uno straordinario lavoro di ricerca e scrittura, è un inno alla speranza. Parlano in tante. C’è quella che ha visto assassinare la madre, c’è il padre che ha ucciso una delle due figlie (e voleva fare lo stesso con l’altra), eppure nessuna è rimasta ferma nel dolore. Se costruiamo un sistema di fiducia, se i giornali smettono di fare titoli come “Ammazzata per amore”, se il medico, l’insegnante, il vicino di casa non si voltano dall’altra parte, le cose possono cambiare. Questi non sono affari di famiglia, sono affari di tutti.

Molte serie tv raccontano storie come quelle che incontra tutti i giorni, per esempio Law and Order- Unità Vittime Speciali. Ci trova delle somiglianze?

Le vedo poco. Fuori servizio, cerco un minimo di distanza dal mio mondo. Mi piacciono i film di Clint Eastwood. E sì, preferisco le commedie francesi.