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di Riccardo De Vito

volerelaluna.it, 2 agosto 2026

C’è un film di Giuliano Montaldo, “Il giocattolo”, del 1979, che sembra parlare dell’Italia di questi giorni. Nino Manfredi interpreta il classico uomo medio che, dopo aver comprato una pistola per sentirsi al sicuro e riscattarsi, scopre che non è lui a possedere l’arma, ma è quest’ultima che finisce per possedere lui. È un film sulla seduzione della forza e i suoi inganni, su come la violenza (e una visione distorta della sicurezza), prima ancora di essere esercitata, possa diventare un modo di guardare al mondo e, per certi versi, un programma esistenziale.

Oggi, alcune vicende di cronaca, pur diversissime tra loro per presupposti, contesti e responsabilità, sembrano convergere verso un medesimo punto critico: non siamo più soltanto davanti a un dibattito sulla legittima difesa, sull’ordine pubblico o sulla sicurezza urbana, ma a una progressiva trasformazione della violenza in linguaggio politico e, quasi, in forma di partecipazione del cittadino alla vita pubblica.

La vicenda di Mario Roggero è, sotto questo profilo, esemplare. Il gioielliere di Grinzane Cavour, dopo una rapina subita nel proprio esercizio commerciale, ha inseguito all’esterno i rapinatori e, con più colpi d’arma da fuoco, ne ha uccisi due e ferito un terzo. I giudici - ne abbiamo già scritto su queste pagine - hanno escluso la legittima difesa perché, al momento degli spari, l’aggressione era ormai cessata e il pericolo non era più attuale. Eppure, nella valorizzazione politica della vicenda, quella distinzione - decisiva per il diritto, perché separa la difesa dalla vendetta - è stata assorbita dentro un racconto opposto, nel quale il cittadino armato diventa simbolo di una giustizia immediata, più vera e più efficace di quella istituzionale. Non è casuale, allora, che attorno a Roggero si sia persino costruita l’ipotesi di una candidatura politica, giuridicamente impraticabile. Anche se impossibile sul piano formale, quella candidatura funziona sul piano simbolico: segnala che l’uso privato della violenza può essere convertito in capitale politico, e che la forza senza limiti esercitata contro il soggetto già designato come nemico sociale - chi più del criminale? - può diventare titolo di rappresentanza.

Saltiamo a un’altra vicenda, che pochi giorni prima ha attraversato le cronache. A San Benedetto del Tronto un militante di Futuro Nazionale si dirige contro un uomo che pare intralciare il traffico e, dopo una breve discussione, lo aggredisce, lo getta a terra, prende a colpirlo con pugni sul volto e lo trascina sul marciapiede. Sappiamo come sono andati i fatti perché è lo stesso aggressore, in seguito, a caricare la ripresa video sui suoi social, accompagnandola con il seguente post: “questo iracheno sono mesi che tormenta la città”. Il caso di San Benedetto del Tronto mostra un ulteriore passaggio. Qui non vi è più neppure l’immediatezza drammatica di una rapina appena subita, ma l’intervento fisico di un privato cittadino contro una persona indicata come fonte di disturbo nello spazio urbano. Un’aggressione filmata, diffusa, commentata, rivendicata. Il punto non è soltanto il fatto materiale della violenza, ma la sua ostensione pubblica, la ricerca di consenso, la trasformazione del gesto nel messaggio: io ripristino l’ordine. In questa dinamica la violenza non è più, una deviazione giustificata, ma un atto civico, esibito come pedagogia muscolare dell’ordine di cui ogni cittadino “dalla parte giusta” si deve far autore.

Allo stesso modo di quanto accaduto nel caso Roggero, la tolleranza verso il militante che ha usato violenza, dunque, non appare più soltanto come indulgenza individuale o come calcolo opportunistico, ma diventa disponibilità a delegare una quota della violenza a coloro che condividono l’idea di una direzione dello Stato in cui la forza non abbia più limiti e contrappesi e non si debba più rispettare l’habeas corpus: uno Stato nel quale i corpi del marginale, del migrante, del deviante o del nemico interno diventano la materia su cui scrivere un programma politico fatto di decisione, ordine, sovranità.

In questo modo la delega informale della violenza diventa strumento di consenso. Esercitare violenza impunemente diventa così, insieme, premio e vincolo: premio, perché attribuisce a chi la esercita una patente di appartenenza, di coraggio, di militanza; vincolo, perché lo lega a chi quella licenza promette, tollera o assolve. Si diffonde così una cultura delle mani libere che alimenta la promessa di uno Stato affrancato dai vincoli costituzionali, che fidelizza chi vi si riconosce perché offre non solo sicurezza, ma autorizzazione, non solo protezione, ma licenza.

Ancora diverso, ma non estraneo a questa traiettoria, almeno sul piano del racconto che ne è stato fatto, il fenomeno dell’influencer romano Simone Ruzzi, noto Cicalone, sul quale Luigi Manconi ha richiamato l’attenzione a proposito della sua presenza a bordo di auto delle forze dell’ordine e della trasformazione degli interventi di polizia in racconto audiovisivo seriale. La fama di Cicalone, ex pugile e yutuber, nasce sull’onda di un sapiente racconto per immagini della microcriminalità e del disagio delle zone più difficili di Roma.

In poco tempo, la metropolitana di Roma - spazio pubblico denso, anonimo, attraversato da pendolari e turisti, nonché da borseggiatori veri e presunti (ma nei video quasi sempre stranieri) - diventa il teatro delle sue azioni e riprese. La dinamica dei video non è quella dell’inchiesta giornalistica, ma quella della ronda spettacolarizzata. La troupe percorre stazioni, banchine, vagoni, individua persone sospettate di borseggio, le segue, le riprende, le incalza, le blocca, le espone alla reazione del pubblico presente e di quello digitale. Non è una pratica che si limita a denunciare, ma tende a produrre una forma parallela di controllo sociale.

Non esercita una funzione pubblica, ma ne imita i tratti: pattuglia, identifica, accusa, mette sotto pressione. La telecamera dello yutuber, tuttavia, ha compiuto un salto di qualità, poiché il suo canale è diventato un sistema per trasmettere le operazioni delle forze di polizia nei quartieri romani. L’influencer sale a bordo di un auto mobile dei Carabinieri, la sera, e ne riprende per quanto possibile le attività di repressione del crimine. Operazione di trasparenza? Tutto il contrario, come giustamente sottolineano Luigi Manconi e Marica Fantauzzi (La Repubblica, 13 luglio 2026). Le operazioni delle forze di polizia si prestano alla semplificazione del linguaggio da ronda, diventando così “pura pornografia del disagio”, con i “toni trionfanti di sirene e anfibi che marciano sulle strade”, senza “alcuna tutela nei confronti di chi si trova in una situazione di vulnerabilità”. Il tema, dunque, non è la cronaca della sicurezza, ma direttamente la grammatica della convivenza e della democrazia.

Il filo che unisce questi episodi, come detto, non è l’identità dei fatti, né l’equivalenza delle responsabilità. Tanto meno la consapevolezza degli attori. È piuttosto la costruzione di un immaginario nel quale la mediazione istituzionale appare lenta, debole, quasi sospetta, mentre l’azione diretta del singolo - armata, fisica, esibita o narrata - viene caricata di un valore politico. La violenza non è più soltanto una reazione, un eccesso, una deviazione: è azione politica. Non nel senso alto della decisione collettiva o della costruzione di uno spazio comune, ma nel senso più degradato, e tuttavia più efficace, della produzione di appartenenza, dell’individuazione del nemico, della manifestazione di fedeltà, della conquista di consenso.

La forza esercitata contro il corpo indicato come pericoloso o estraneo diventa così una scorciatoia di cittadinanza. Non serve più a supplire il fallimento della politica, ma si propone come forma surrogata della politica; non più ciò che lo Stato di diritto deve contenere, ma ciò che una parte dell’opinione pubblica è indotta a considerare come risposta naturale, che ci si aspetterebbe anche da parte dello Stato. Il rischio non è soltanto l’aumento degli episodi violenti, ma la loro progressiva legittimazione culturale quale metodo di gestione delle paure che nascono dalla convivenza. Se la politica riguarda il modo in cui una comunità organizza le proprie relazioni, decide chi includere e chi escludere, allora la violenza, quando viene riconosciuta come risposta utile e persino meritoria, diventa essa stessa un metodo politico.

Questo fenomeno, peraltro, non resta necessariamente confinato alla violenza privata. Può saldarsi, e forse già si salda, con altre vicende speculari: quelle della forza pubblica che, invece di presentarsi come limite alla violenza sociale, rischia di riprodurne il linguaggio, di apparire essa stessa come forza fuori controllo. Il racconto dello youtuber romano di ci abbiamo detto si abbina alle speculazioni sulla vicenda di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un intervento di polizia mentre veniva immobilizzato a terra. Si pone, nel caso emiliano, questo problema: non rovesciare preventivamente sulle forze dell’ordine un giudizio di colpevolezza, ma ricordare comunque, anche nell’attesa degli esiti delle indagini, che nello Stato di diritto il monopolio pubblico della forza è legittimo solo finché resta visibile il suo vincolo alla necessità, alla proporzione, alla tutela della persona e alla responsabilità.

Violenza privata e forza pubblica fuori controllo, anche al di là delle intenzioni degli autori, possono così alimentarsi reciprocamente dentro lo stesso immaginario. La violenza, quando viene esercitata contro chi è rappresentato come pericoloso, deviante o estraneo alla comunità, è metodo lecito. Non conta più, o conta sempre meno, se sia conforme alla legge; conta chi ne è il destinatario. Se colpisce il rapinatore, il molestatore, il migrante, il marginale, chi “tormenta la città”, può essere percepita come manifestazione di virtù civica. Al contrario, è da perseguire inesorabilmente se è espressione di protesta e di ribellione all’ordine esistente.

Non siamo nell’Italia dei primi anni Venti del Novecento e proprio per questo sarebbe sbagliato cercare nella storia soltanto le sue copie. Ogni stagione politica costruisce forme proprie di legittimazione della forza. Ma quando la violenza diventa titolo di merito, quando produce consenso, quando il suo esercizio precede e annienta ogni giudizio sulla sua liceità, si mette in moto un meccanismo che una democrazia dovrebbe osservare con particolare attenzione. La legittimazione a priori della violenza è raramente un fenomeno stabile, tende a espandersi. Nasce contro il nemico più facile da isolare, quello che suscita meno solidarietà. Ma, una volta entrata nel linguaggio della politica, può trovare nuovi destinatari, nuove alleanze, nuove forme di autorizzazione. È in queste saldature potenziali che la democrazia diventa definitivamente fragile. Nel finale de Il giocattolo, Nino Manfredi, ormai trasformato dal rapporto con l’arma e con la promessa di potenza che essa porta con sé, domanda chi possa ancora prestare attenzione a uno sparo. È una domanda che oggi torna con una forza inquietante. Il compito di chi si professa democratico, oggi, è anche questo: prestare attenzione e vigilare, prima che la forza, da eccezione, finisca per trasformarsi definitivamente in costume politico.