di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 23 maggio 2026
Siamo un Paese fermo tra immobilismo e crisi di visione. Bisogna ritornare allo spirito del dopoguerra. E offrire un sogno, una speranza. Alec Ross ha dedicato al nostro Paese un importante volume, “The italian dream”, in cui si chiede, con l’affetto di chi ha origini italiane e lavora a Bologna e parla della nostra terra dicendo “noi”, perché non esista un sogno italiano. Alec Ross è americano. Ha lavorato con Hillary Clinton e ha guidato la politica tecnologica per la campagna di Barack Obama. I suoi bisnonni, all’inizio del Novecento, sono partiti dall’Abruzzo per cercare fortuna e lavoro. Si sono imbarcati per andare nella terra delle opportunità, erano analfabeti e finirono a lavorare, a poco prezzo, nelle miniere di carbone.
Ma il loro figlio, il nonno di Alec, si è messo a vendere abbonamenti a riviste e telefoni e poi ha aperto una panetteria. E ha messo al mondo quattro figli che sono diventati medici e avvocati. “In una sola generazione, la famiglia è passata dalla classe operaia alla classe media. In due, dalla povertà a un ceto sociale benestante”.
Era questa l’America, democratica o repubblicana, prima di finire in mano a un autocrate dissennato come Trump. Era questo il sogno americano che ha fornito senso all’esistenza degli americani e delle persone che, da tutto il mondo, fuggivano dalla povertà in nome delle opportunità. Il sogno italiano che fornisce il titolo al libro di Ross, è esistito nel dopoguerra, quando la costruzione delle autostrade, la trasformazione dell’economia da agricola a industriale, la scolarizzazione di massa, l’arrivo della televisione fecero rinascere e diventare grande un paese che era stato distrutto dalla dittatura fascista, dall’occupazione nazista e dalla guerra.
Ma oggi l’Italia è un paese fermo, immobile: crescita demografica sotto lo zero, stipendi fermi a prima del 1990, crescita del Pil che negli ultimi anni è stata tra le più basse del mondo, collocandoci al 182° posto su 196. Un Paese paralizzato da una politica incapace di trovare regole di funzionamento nitide che rendano efficiente, trasparente, razionale il rapporto tra esecutivo e parlamento, in un equilibrio che garantisca una stabilità autentica e una alternanza tra schieramenti ugualmente legittimi perché ancorati ai valori democratici e antifascisti della nostra Costituzione.
Stabilità, alternanza e un discorso pubblico sottratto alla violenza gratuita di questi tempi, alla costante violazione delle regole e dei confini della correttezza istituzionale; questo è necessario per far ripartire l’Italia. Chi ha governato prima della Meloni può accampare, per i cambiamenti non prodotti, la motivazione della eterogeneità delle coalizioni, ne abbiamo viste davvero di tutti i colori, o la caducità del consenso degli alleati. Il gioco di fare e disfare i governi ha infatti sempre molto appassionato la politica bonsai, quella che oggi spera che dalle prossime elezioni non nasca un governo scelto dagli italiani, ma un pareggio che consenta agli apprendisti stregoni di tessere trame, complotti, governi fantasiosi. Loro si divertono, il Paese no. La stabilità di questi ultimi anni è stata invece fondata sull’immobilismo. Non c’è italiano capace di sostenere che, in questi quattro anni, la sua vita sia cambiata e magari in meglio. L’Italia è più ferma di prima, immobile come una statua di sale.
Lo conferma la Commissione europea che ha bruscamente tagliato le stime di crescita per l’Italia: nel 2026 il Pil è previsto un aumento dello 0,5%, contro lo 0,8% indicato nelle previsioni. Anche per il 2027 Bruxelles rivede al ribasso la crescita allo 0,6% dallo 0,8% precedente. La crescita del Pil dell’Italia sarà la peggiore fra gli Stati europei nel 2027.
E insieme avanza una destrutturazione dei processi formativi. Solo il 39% degli italiani sopra i sei anni legge un libro all’anno, era il 46 dieci anni fa. Il 70% si informa sui social dove, scrive Ross che se ne intende, i post sono selezionati “…da algoritmi progettati non per informare ma per suscitare reazioni emotive immediate”. La scuola e i suoi studenti sono abbandonati nel loro disagio, nella sensazione di essere buoni per la meritocrazia assunta a fine e non per essere valutati nell’interezza della loro inedita condizione umana. E così la politica si accontenta del breve respiro, della contrapposizione quotidiana violenta, della bulimia comunicativa che riempie il vuoto di identità e di progetto. Così spariscono le grandi visioni, i progetti che guidano le decisioni concrete, la possibilità per un cittadino di scegliere non chi sta più sui social, con “bestie” o senza, ma chi fa capire che paese vuole e, soprattutto, che paese farà.
L’Italia è ferma perché è più facile conservare che innovare, perché i no al cambiamento sono più indolori dei sì, perché si pensa che i “pensieri lunghi” siano roba buona solo per gli esteti della politica. Perché spesso è più facile non scegliere che scegliere. Per esempio, per il bene dell’Italia, se stare con Trump, Orbán e Netanyahu o con l’Europa dei valori democratici dell’Occidente. L’Italia è ferma perché gli schieramenti non sono capaci di convergere su una architettura di sistema che dia stabilità e alternanza. Perché la formazione, il lavoro, la salute, l’ambiente sono pietre buone da scagliare ma non da levigare per posarle sul cammino degli italiani. Perché prendersela con gli immigrati è più facile che garantire integrazione e sicurezza a tutti. Chi ieri è stato all’opposizione oggi sperimenta la difficoltà di governare. Questo dovrebbe ammonire anche chi si candida oggi a formare una nuova guida per il paese. Ci vogliono idee, valori, programmi realistici e ambiziosi. Un sogno italiano che non diventi l’incubo permanente dell’immobilità.










